Class action amministrativa, Giustizia amministrativa

La class action nei confronti della Pubblica Amministrazione non sfugge ai comuni principi in materia di domanda giudiziale, e, dunque, alla regola che questa debba essere sufficientemente determinata nel suo petitum, in relazione al contenuto dell’azione ed alla sua finalità.

(Tar Lazio, Roma, sez. I, 3 settembre 2012, n. 7483)

«[I]l d. lgs. 20 dicembre 2009, n. 198, introducendo una fattispecie processuale identificata come class action, all’art. 1 prevede, per quanto qui di rilievo, che, “al fine di ripristinare il corretto svolgimento della funzione o la corretta erogazione di un servizio”, i titolari di interessi giuridicamente rilevanti ed omogenei per una pluralità di utenti e consumatori possono agire in giudizio, innanzi al giudice amministrativo, nei confronti delle amministrazioni pubbliche, se derivi una lesione diretta, concreta ed attuale dei propri interessi, “dalla violazione di termini o dalla mancata emanazione di atti amministrativi generali obbligatori e non aventi contenuto normativo da emanarsi obbligatoriamente entro e non oltre un termine fissato da una legge o da un regolamento”.
2.2. Se ricorrono i rammentati presupposti, il ricorso può essere proposto “anche da associazioni o comitati a tutela degli interessi dei propri associati, appartenenti alla pluralità di utenti e consumatori di cui al comma 1” (IV comma).
2.3. Quanto al procedimento, il ricorrente notifica preventivamente una diffida all’amministrazione “ad effettuare, entro il termine di novanta giorni, gli interventi utili alla soddisfazione degli interessati”.
La diffida è notificata all’organo di vertice dell’amministrazione, che assume senza ritardo le iniziative ritenute opportune, individua il settore in cui si è verificata la violazione, l’omissione o il mancato adempimento di cui all’articolo 1, comma 1, del ripetuto d. lgs. 198/09 e cura che il dirigente competente provveda a rimuoverne le cause.
2.4. Il ricorso è proponibile, nell’intervallo di un anno, se, decorso il termine testé indicato, l’amministrazione non ha provveduto, o ha provveduto in modo parziale, ad eliminare la situazione denunciata.
Il giudice, ex art. 4, accoglie la domanda se accerta la violazione, l’omissione o l’inadempimento, ordinando alla pubblica amministrazione “di porvi rimedio entro un congruo termine, nei limiti delle risorse strumentali, finanziarie ed umane già assegnate in via ordinaria e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”.
2.5. L’art. 1, comma 1 ter, stabilisce che le sue previsioni non si applicano, tra l’altro, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, mentre l’art. 7 dispone che “la concreta applicazione del presente decreto alle amministrazioni ed ai concessionari di servizi pubblici è determinata, fatto salvo quanto stabilito dal comma 2, anche progressivamente, con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri”; il II comma egualmente prevede per le regioni e gli enti locali.
3.1.1.
[L’associazione ricorrente] ha effettivamente notificato, a partire dal 15 gennaio 2010, a tutte le Amministrazioni resistenti la predetta diffida, il cui contenuto è stato poi integralmente riversato nel ricorso.
[…]
4. Il ricorso proposto è inammissibile.
4.1.1. Invero, con un unico atto sono evocate in giudizio svariate Amministrazioni, in relazione a situazioni disparate che interessano soggetti diversi, cui trovano potenziale applicazione molteplici norme generali e locali: e tale litisconsorzio passivo viene fondato su di una generica richiesta per l’emissione di provvedimenti generali, non meglio specificati, ma che, appunto per le peculiarità delle situazioni, nulla fa ritenere possano coincidere.
4.1.2. È peraltro da ritenere che la class action ex d. lgs. 198/09 non sfugga ai comuni principi in materia di domanda giudiziale, e, dunque, alla regola che questa debba essere sufficientemente determinata nel suo petitum, in relazione al contenuto dell’azione ed alla sua finalità.
4.1.3. Parte ricorrente non può cioè limitarsi genericamente a chiedere l’emanazione di “atti amministrativi generali obbligatori e non aventi contenuto normativo”. Giacché si deve trattare di atti “obbligatori”, chi li richiede deve evidentemente dimostrare, quale elemento costitutivo essenziale della sua domanda, che tali essi sono, e ne dovrà perciò definire il contenuto, indicando la fonte normativa di tale obbligo, in riferimento alla situazione di pregiudizio lamentata: o, comunque, tutto ciò dovrà essere de plano desumibile dal ricorso, per consentire al giudice di pronunciare l’accertamento richiesto e le statuizioni consequenziali.
4.1.4. È d’altronde evidente che, se con un solo ricorso sono individuate una pluralità di situazioni, in cui debba essere ripristinato il corretto svolgimento della funzione o la corretta erogazione di un servizio – e quindi, in pratica, in cui sono cumulate più domande – per ciascuna di esse dovrà essere identificabile l’atto generale da emettere: in specie, nulla di ciò è accaduto.
4.2.1. Invero, come si desume dalla precedente narrazione, il ricorso affastella una molteplicità di situazioni, accomunate soltanto dall’esistenza, nelle aree individuate, di fenomeni d’instabilità geologica, che ben possono avere cause, dimensioni ed effetti completamente differenti.
4.2.2. Nella maggioranza dei casi, poi, l’evento è registrato solo per rilevare che esistono stanziamenti per la sua eliminazione, sicché non si comprende neppure perché mai una class action in questione dovrebbe essere proposta; in tutti i casi, poi, le situazioni sono descritte in termini affatto generici, e questo conduce al secondo profilo d’inammissibilità.
4.3.1. Invero, il ricorso descrive, in termini peraltro generali e notori, i pregiudizi derivanti ai soggetti proprietari ovvero residenti nelle aree interessate da fenomeni di degrado geologico.
4.3.2. Ora, secondo la ricordata disciplina della class action ex d. lgs. 198/09, i titolari d’interessi giuridicamente rilevanti ed omogenei possono agire in giudizio, innanzi al giudice amministrativo, nei confronti delle amministrazioni pubbliche, se derivi una lesione diretta, concreta ed attuale di tali propri interessi.
Il ricorso può essere proposto “anche da associazioni o comitati”,
[…] ma secondo la stessa disposizione (art. 1, IV comma) “a tutela degli interessi dei propri associati, appartenenti alla pluralità di utenti e consumatori di cui al comma 1”: di quei soggetti, titolari di interessi giuridicamente rilevanti, cui, dalla condotta omissiva o negligente della pubblica amministrazione, derivi una lesione diretta, concreta ed attuale.
4.3.3. In altre parole, il
[ricorrente] è ben qui legittimato ad agire, ma in rappresentanza degli interessi di propri determinati associati, indicando nominativamente, per ciascuno di questi, il titolo e l’oggetto dell’azione: al contrario, nulla di ciò contiene l’atto introduttivo del presente giudizio, né quelli in seguito formati.
4.4. È ormai evidente che il ricorso proposto, quale ne sia la finalità, va dichiarato inammissibile, tanto più che questo giudice difetta totalmente degli elementi essenziali per comprendere quali utili statuizioni egli potrebbe disporre, ovvero come, per dirla altrimenti, egli potrebbe ordinare alle Amministrazioni interessate di porre rimedio alla situazione di pregiudizio
».

Daniele Majori – Avvocato Amministrativista in Roma

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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