Accesso ai documenti, Edilizia e urbanistica

Il proprietario può accedere all’esposto presentato nei suoi confronti per un presunto abuso edilizio, senza che vi osti la previsione dell’art. 329 c.p.p.: infatti, se la denuncia è presentata dalla p.a. nell’esercizio delle proprie istituzionali funzioni amministrative, non si ricade nell’ambito di applicazione dell’art. 329 c.p.p. (diversamente da quanto accade nell’ipotesi in cui la p.a. che trasmette all’autorità giudiziaria una notizia di reato non lo faccia nell’esercizio della propria istituzionale attività amministrativa, ma nell’esercizio di funzioni di polizia giudiziaria specificamente attribuitele dall’ordinamento).

(Tar Lazio, Roma, sez. II, 10 settembre 2015, n. 11188)

«La gravata determinazione oppone un diniego all’istanza del ricorrente, volta ad ottenere l’accesso all’esposto presentato nei suoi confronti con riguardo a lavori edili eseguiti nella propria abitazione, nel ritenuto presupposto che essendo stato trasmessa comunicazione di notizia di reato all’Autorità Giudiziaria ed essendo in corso l’attività di indagine vi osterebbe la previsione recata dall’art. 329 c.p.p.
Al riguardo, osserva il Collegio l’erroneità della motivazione posta a base del gravato diniego in quanto, in adesione alla giurisprudenza maggioritaria (ex plurimis, da ultimo: Consiglio di Stato, Sez. VI, 29 gennaio 2013 n. 547; T.A.R. Reggio Calabria 22 ottobre 2014 n. 584), non ogni denuncia di reato presentata all’autorità giudiziaria costituisce atto coperto da segreto istruttorio penale e come tale sottratta all’accesso, dal momento che, se la denuncia è presentata dalla p.a. nell’esercizio delle proprie istituzionali funzioni amministrative, non si ricade nell’ambito di applicazione dell’art. 329, c.p.p., diversamente da quanto accade nell’ipotesi in cui la p.a. che trasmette all’autorità giudiziaria una notizia di reato non lo fa nell’esercizio della propria istituzionale attività amministrativa, ma nell’esercizio di funzioni di polizia giudiziaria specificamente attribuitele dall’ordinamento, venendo in rilievo in tali casi atti di indagine compiuti dalla polizia giudiziaria, che, come tali, sono soggetti a segreto istruttorio ai sensi dell’art. 329 c.p.p. che sono conseguentemente sottratti all’accesso ai sensi dell’art. 24 della legge n. 241 del 1990.
Esclusa quindi l’applicabilità, alla fattispecie in esame, dell’art. 329 c.p.p. – il quale prevede, al comma 1, che gli atti d’indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari – e ciò in quanto la comunicazione effettuata dall’Amministrazione all’Autorità Giudiziaria non rientra tra le attività di polizia giudiziaria attribuite all’Amministrazione stessa, ritiene ancora il Collegio, quanto a verifica della sussistenza dei presupposti per l’accesso, che deve in linea generale, riconoscersi in capo all’istante la sussistenza di un interesse diretto, concreto e attuale di accedere ad esposti o denunce presentati nei suoi confronti, trattandosi di interesse collegato ad una situazione giuridicamente tutelata in capo al soggetto istante e connesso al documento al quale è chiesto l’accesso.
Chi subisce un procedimento di controllo o ispettivo ha, infatti, un interesse qualificato a conoscere integralmente tutti i documenti amministrativi utilizzati nell’esercizio del potere di vigilanza, a cominciare dagli atti d’iniziativa e di preiniziativa, quali, appunto, denunce o esposti, non essendovi, alla luce del quadro normativo di riferimento, ostacoli a tale diritto di accesso, non offrendo l’ordinamento tutela alla segretezza delle denunce, a meno che la comunicazione del nominativo del denunciante non si rifletta negativamente sullo sviluppo dell’istruttoria, il che può unicamente giustificare il differimento del diritto di accesso, ma non consente, invece, il diniego del diritto alla conoscenza degli atti (Cons. Stato, Sez. V, 19 maggio 2009, n. 3081; Sez. VI, 25 giugno 2007 n. 3601).
Nello stesso senso, ancor più di recente, il Consiglio di Stato ( Sez. III, 08 settembre 2014, n. 4539) ha riconosciuto l’ostensibilità delle denunce che hanno dato origine ad un accertamento medico a cui è stato sottoposto il lavoratore, da parte del datore di lavoro, ancorché conclusosi con esito negativo.
I richiamati principi di diritto, che trovano applicazione alla fattispecie in esame, conducono quindi all’accoglimento del ricorso, dovendo per l’effetto disporsi l’annullamento del gravato provvedimento di diniego con contestuale ordine, alla resistente Amministrazione, di consentire l’accesso al ricorrente, mediante estrazione di copia, all’esposto presentato nei suoi confronti entro il termine di 30 (trenta) giorni dalla comunicazione, o dalla notificazione se anteriore, della presente pronuncia
».

Daniele Majori – Avvocato e consulente aziendale

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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