Processo amministrativo, Pubblico impiego, Risarcimento del danno

Ai sensi e per gli effetti dell’art. 112, co. 3, c.p.a., i danni pretesi a titolo di perdita di ‘chances’ e di lesione esistenziale non costituiscono tipologie di danni configurabili come conseguenza immediata e diretta della mancata reintegrazione nel posto di lavoro – e non possono perciò essere richiesti in sede di giudizio di ottemperanza – senza una previa puntuale dimostrazione delle ‘chances’ perdute, ovvero delle afflizioni morali e relazionali subite, a causa della mancata reintegrazione.

(Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, 14 novembre 2014, n. 600)

«Impregiudicato – e , comunque, non rilevante in ragione degli esiti di merito della controversia – il giudizio sul primo motivo di gravame, sia il secondo che il terzo motivo di gravame in sostanza fanno leva sull’assunto che il primo Giudice avrebbe deciso sulla base di una erronea interpretazione dell’art. 112, comma 3, c.p.a., non considerando, cioè, che la norma “consente di proporre anche nell’ambito del giudizio di ottemperanza domande risarcitorie scaturenti dall’impossibilità di ottenere l’esecuzione in forma specifica del giudicato”; mentre la difesa di parte appellante eccepisce che nel caso in esame “il primo Giudice avrebbe omesso di attribuire la corretta natura all’azione risarcitoria proposta dall’appellante, il quale, proprio rappresentando in via preliminare l’impossibilità oggettiva di ottenere l’esecuzione in forma specifica della sentenza e per l’effetto la reintegra nel posto di lavoro, ha chiesto in via residuale la condanna dell’Amministrazione appellata al risarcimento di tutti i danni conseguenti alla mancata prestazione dell’attività lavorativa nel corso degli anni intercorrenti dal 1995 al 2002”.
Il motivo, per come è formulato e per gli effetti che si intende realizzare, appare invero viziato sotto un duplice profilo che alla fine rende palesemente infondata la censura.
In effetti, il primo Giudice ha ritenuto inammissibili le domande volte ad ottenere il risarcimento dei danni per perdita di ‘chances’ e per danno esistenziale, avanzate dal ricorrente, dopo aver condiviso l’eccezione sollevata dall’Amministrazione secondo cui “in sede di giudizio di ottemperanza può essere proposta domanda di risarcimento esclusivamente per i danni direttamente ( id est: immediatamente) connessi alla mancata esecuzione ( elusione o violazione) del giudicato (e cioè di statuizioni specificamente contenute nel provvedimento giudiziario al quale viene chiesto di conformarsi) o alla impossibilità di eseguire la sentenza mediante la c.d. ‘riparazione in forma specifica”.
Diversamente dalla rappresentazione operata della difesa di parte appellante, dunque, il primo Giudice non ha affatto escluso il ricorso al rimedio risarcitorio previsto come modo di ottemperanza dall’art. 112, comma 3, cod. proc. amm, per i casi in cui, come quello qui controverso, non è possibile la c.d. riparazione in forma specifica. Piuttosto, coerentemente con i principi che governano il giudizio di ottemperanza, ha ribadito che potevano essere risarciti soltanto i danni ‘direttamente e immediatamente connessi’ alla mancata esecuzione del giudicato, secondo le specifiche statuizioni contenute nel decisum della sentenza alla quale si chiede di conformarsi. Ed ha quindi escluso correttamente dalle conseguenze risarcitorie dell’inottemperanza i danni pretesi a titolo di perdita di ‘chances’ e di lesione esistenziale, perché – diversamente di quanto ritenuto per le differenze retributive, che tipicamente si reputa atte a reintegrare la lesione patrimoniale sofferta a causa dell’indebita esclusione dall’attività lavorativa – siffatte tipologie di danni non si configurano come conseguenza immediata e diretta della mancata reintegrazione nel posto di lavoro, senza una previa puntuale dimostrazione delle ‘chances’ perdute, ovvero delle afflizioni morali e relazionali, subite a causa della mancata reintegrazione. Sicché, a ben vedere, al di là delle censure che possono essere mosse alla motivazione con la quale il risarcimento dei danni qui in discussione è stato escluso, resta il fatto che la domanda di risarcimento, nei termini in cui anche in questa sede è stata riproposta dalla difesa di parte appellante, appare inammissibile perché rivolta a conseguire vantaggi privi di una adeguata base motivazionale, aggirando così surrettiziamente l’ordinario regime probatorio disposto dall’art. 2043 c.c..
Per queste ragioni, la domanda di liquidazione del danno per perdita di chances e per lesione esistenziale anche in questa sede deve essere rigettata
».

Daniele Majori – Avvocato Amministrativista in Roma

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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