Atto amministrativo, Giurisdizione, Pubblico impiego

Il pubblico dipendente può impugnare dinnanzi al giudice amministrativo gli atti di macro-organizzazione solo allorché tali provvedimenti non costituiscano il presupposto di un atto di gestione del rapporto di lavoro, che in quanto tale va ad incidere direttamente sugli interessi connessi alla posizione lavorativa del dipendente.

(Tar Piemonte, sez. II, 27 settembre 2012, n. 1006)

«La norma-chiave per ricostruire la problematica sulla giurisdizione è l’art. 63, comma 1, del d.lgs. n. 165 del 2001 la quale così dispone: “Sono devolute al giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro, tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, ad eccezione di quelle relative ai rapporti di lavoro di cui al comma 4, incluse le controversie concernenti l’assunzione al lavoro, il conferimento e la revoca degli incarichi dirigenziali e la responsabilità dirigenziale, nonché quelle concernenti le indennità di fine rapporto, comunque denominate e corrisposte, ancorché vengano in questione atti amministrativi presupposti. Quando questi ultimi siano rilevanti ai fini della decisione, il giudice li disapplica, se illegittimi. L’impugnazione davanti al giudice amministrativo dell’atto amministrativo rilevante nella controversia non è causa di sospensione del processo”.
La portata della norma è tale da attrarre alla giurisdizione del giudice ordinario tutte le controversie nelle quali si fanno valere, in via diretta, interessi connessi con lo status di dipendente pubblico, ancorché vengano in questione atti amministrativi presupposti, come ad esempio gli atti di macro-organizzazione (ossia gli atti organizzativi mediante i quali ciascuna amministrazione disegna le linee fondamentali di organizzazione degli uffici, individua gli uffici di maggiore rilevanza e i modi di conferimento della titolarità dei medesimi e determina le dotazioni organiche complessive: art. 2, comma 1, del medesimo d.lgs. n. 165 del 2001). L’eventuale rilevanza di questi ultimi ai fini della decisione, secondo l’espressa previsione legislativa, non consente di spostare la giurisdizione dalla cognizione del giudice ordinario, essendo in tal caso consentita a tale giudice la possibilità di disapplicare detti atti. L’assunto è stato a più riprese confermato dalla giurisprudenza della Corte regolatrice (cfr., ex multis, Cassaz., sez. un., nn. 3677 e 3052 del 2009) secondo la quale non è consentito al lavoratore pubblico, titolare di un diritto soggettivo, il quale risente degli effetti di un atto amministrativo di natura organizzativa, di scegliere, per la tutela del diritto, di rivolgersi al giudice amministrativo per l’annullamento dell’atto, oppure al giudice ordinario per la tutela del rapporto di lavoro previa disapplicazione dell’atto presupposto, atteso che, in tutti i casi nei quali vengano in considerazione atti amministrativi presupposti, ove si agisca a tutela delle posizioni di diritto soggettivo in materia di lavoro pubblico, è consentita esclusivamente l’instaurazione del giudizio davanti al giudice ordinario, presso il quale la tutela è pienamente assicurata dalla disapplicazione dell’atto e dagli ampi poteri riconosciuti a quest’ultimo dall’art. 63, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001. Per converso, la giurisdizione è radicata in capo al giudice amministrativo tutte le volte in cui l’atto di organizzazione non viene in considerazione quale mero atto presupposto, in quanto non incide direttamente su atti di gestione del rapporto di lavoro, ma spiega sulla posizione del lavoratore solo un’efficacia indiretta o riflessa.
Detto altrimenti, è pur vero che il pubblico dipendente può comunque impugnare dinnanzi al giudice amministrativo gli atti di macro-organizzazione, con i quali l’amministrazione pubblica stabilisce le linee portanti della propria struttura interna (ai sensi dell’art. 2, comma 1, del d.lgs. n. 165 del 2001, i quali assumono natura provvedimentale); tuttavia ciò è possibile solo allorché tali provvedimenti non costituiscano il presupposto di un atto di gestione del rapporto di lavoro, che in quanto tale va ad incidere direttamente sugli interessi connessi alla posizione lavorativa del dipendente. In caso contrario, deve trovare invece applicazione la suindicata disposizione di cui all’art. 63 del d.lgs. n. 165 del 2001, che come visto devolve al giudice ordinario tutte le controversie in materia di rapporti di pubblico impiego, se del caso mediante l’impiego del potere di disapplicazione dell’atto organizzativo presupposto (così TAR Lombardia, Milano, sez. III, n. 4311 del 2009).
Nel caso di specie il ricorrente agisce in giudizio – come egli stesso afferma nel ricorso introduttivo – per ottenere una “corretta valutazione complessiva della posizione del suo incarico nell’ambito della struttura organizzativa dell’Ente” e, soprattutto, per ottenere “la corresponsione della retribuzione di posizione prevista per la fascia A)”. Non vi è dubbio che tali pretese attengano a situazioni di diritto soggettivo connesse con lo svolgimento del rapporto di lavoro in essere con l’amministrazione, con la conseguenza che la presente controversia appare radicata al fine di contestare atti di gestione del lavoro privatizzato (in special modo, la determinazione n. 2626/2009, del 16 novembre 2009, che ha individuato la retribuzione di posizione delle varie direzioni, ivi inclusa quella del ricorrente) rispetto ai quali gli atti di macro-organizzazione, anche di natura regolamentare, concernenti la graduazione delle varie posizioni dirigenziali, si pongono quali atti presupposti aventi la caratteristica di incidere direttamente sugli interessi connessi alla posizione lavorativa del ricorrente.
Ne consegue, ai sensi dell’art. 63, comma 1, del d.lgs. n. 165 del 2001, la giurisdizione del giudice ordinario, dinnanzi al quale la presente causa potrà essere utilmente riassunta secondo le regole generali
».

Daniele Majori – Avvocato Amministrativista in Roma

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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