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È illegittima la sospensione del porto d’armi qualora la presunta compromissione dell’affidabilità del titolare non sia stata vagliata in concreto, alla luce di un complessivo giudizio espresso mediante una valutazione sintetica in ordine al possesso del requisito dell’affidabilità desunto dalla condotta globalmente considerata.

(Tar Valle d’Aosta, 18 maggio 2020, n. 10)

«Il provvedimento impugnato ha motivato la sospensione della licenza di porto di fucile evidenziando che i procedimenti penali a carico del ricorrente, nella loro contestualità, compromettono l’indice di affidabilità dello stesso e quindi non escludono la possibilità di un abuso del titolo posseduto. A supporto di tali conclusioni vengono richiamati (i) una richiesta di rinvio a giudizio nei confronti del ricorrente per i reati di cui gli artt. 323 e 110 c.p. (abuso d’ufficio), (ii) una indagine a carico dello stesso per i reati di cui agli artt. 353 e 110 c.p. (turbata libertà degli incanti) e (iii) una richiesta di archiviazione sempre carico del predetto ricorrente in relazione ad un procedimento per i reati di cui agli artt. 629, 56 e 110 c.p. (tentata estorsione). Il ricorrente in sede procedimentale ha, tuttavia, segnalato che il procedimento per i reati di cui agli artt. 629, 56 e 110 c.p. (tentata estorsione) è stato oggetto di archiviazione, mentre nessuna richiesta di rinvio a giudizio è stata ancora disposta con riguardo al procedimento per i reati di cui gli artt. 323 e 110 c.p. (abuso d’ufficio).
È certamente pacifico in giurisprudenza che, in materia di porto d’armi, “la valutazione dell’Autorità di pubblica sicurezza, caratterizzata da ampia discrezionalità, persegue lo scopo di prevenire, per quanto possibile, l’abuso di armi da parte di soggetti non pienamente affidabili, tanto che il giudizio di non affidabilità è giustificabile anche in situazioni che non hanno dato luogo a condanne penali o misure di pubblica sicurezza, ma a situazioni genericamente non ascrivibili a buona condotta” (T.A.R. Campania, Salerno, I, 11 ottobre 2019, n. 1736; anche, Consiglio di Stato, III, 29 gennaio 2020, n. 715). Difatti, “il giudizio prognostico che deve effettuare l’Autorità di pubblica sicurezza, improntato alla massima cautela e al massimo rigore, deve essere effettuato sulla base del prudente apprezzamento di tutte le circostanze di fatto – riferibili anche a vicende e situazioni personali del soggetto che non assumano rilevanza penale (Cons. St., sez. III, n. 3979 del 29 luglio 2013) – rilevanti nella concreta fattispecie, al fine di verificare e scongiurare il potenziale pericolo rappresentato dalla possibilità di utilizzo delle armi possedute” (Consiglio di Stato, III, 29 gennaio 2020, n. 715).
Tuttavia tale elevata discrezionalità dell’Amministrazione deve essere esercitata secondo principi di trasparenza e di legittimo affidamento del privato, senza pertanto che ciò possa trasmodare in irrazionalità manifesta. Sebbene l’Amministrazione non sia tenuta ad accertare eventuali abusi da parte dell’interessato, la stessa deve tuttavia verificare, sulla base di elementi obiettivi, la scarsa affidabilità da parte del richiedente o un’insufficiente capacità di dominio dei suoi impulsi ed emozioni (cfr. T.A.R. Sicilia, Palermo, I, 30 aprile 2019, n. 1186; T.A.R. Lombardia, Milano, I, 29 gennaio 2019, n. 206).
La condizione personale del titolare del porto d’armi deve, quindi, essere vagliata non già in astratto, ma in concreto, ossia alla luce di un complessivo giudizio connotato da lata discrezionalità che si sostanzia nell’espressione di una valutazione sintetica in ordine al possesso, nel richiedente, del requisito dell’affidabilità desunto dalla sua condotta globalmente considerata (cfr. T.A.R. Lombardia, Milano, III, 24 gennaio 2014, n. 264, confermata da Consiglio di Stato, III, 6 settembre 2014, n. 4848).
Nella fattispecie de qua la Questura ha proceduto ad una valutazione del tutto generica e astratta, omettendo la valutazione delle concrete circostanze, pure rappresentate in sede procedimentale, che avrebbero potuto indurre ad una diversa conclusione rispetto a quella adottata con il provvedimento impugnato.
Difatti, il “pericolo di abuso” del titolo autorizzatorio è stato desunto non già da una valutazione concreta degli elementi emersi in sede istruttoria, ma è stato dedotto dalla semplice sussistenza di addebiti mossi in sede di indagini penali all’interessato (una delle quali ormai conclusasi favorevolmente per il ricorrente), a prescindere dalla tipologia di condotte ascritte e dalla loro idoneità ad indicare un effettivo rischio di utilizzo delle armi in modo improprio (cfr. T.A.R. Campania, Napoli, V, 21 agosto 2019, n. 4376).
I reati di abuso d’ufficio (323 c.p.) e di turbata libertà degli incanti (353 c.p.) non rappresentano, in linea generale e salva contraria dimostrazione, nemmeno abbozzata dall’Amministrazione, un indice idoneo a rivelare il rischio di abuso delle armi da parte del ricorrente; pertanto, sarebbe stato necessario procedere ad una valutazione concreta e non meccanica da parte della Questura, che ha semplicemente richiamato la sussistenza delle indagini in corso, senza effettuare ulteriori approfondimenti (Consiglio di Stato, III, 13 settembre 2019, n. 6172; 15 luglio 2019, n. 4963).
Risultano perciò evidenti sia il difetto di istruttoria che la carenza della motivazione nell’adozione del provvedimento impugnato
».

Daniele Majori – Avvocato e consulente aziendale

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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