D.I.A./S.C.I.A., Edilizia e urbanistica

D.I.A.: la verifica, da parte dell’Amministrazione, sulla completezza della documentazione deve essere effettuata entro il termine assegnato dalla legge (30 giorni, ai sensi dell’art. 23, co. 6, d.P.R. n. 380/2001), il cui decorso consolida in capo all’interessato la facoltà di eseguire l’intervento, sicché è illegittimo l’ordine di non effettuare i lavori adottato – dopo il decorso di detto termine – soltanto per incompletezza della documentazione, senza evidenziare ragioni sostanziali che attengano al divieto di esecuzione dell’opera (in diversa ipotesi si versa, invece, allorquando le ragioni del divieto di eseguire l’intervento poggino sulla difformità rispetto al titolo edilizio necessario o alle norme che presiedono all’attività edilizia e all’assetto urbanistico).

(Tar Campania, Napoli, sez. III, 13 gennaio 2016, n. 140)

«Nella fattispecie in esame, il Comune ha ordinato di non effettuare i lavori, di cui alla D.I.A. presentata, non già per contrasto dell’intervento con le prescrizioni urbanistico-edilizie, bensì per incompletezza della documentazione, riguardante la rappresentazione dei luoghi (documentazione fotografica con coni ottici), ovvero le condizioni dei contigui beni immobili (dichiarazione congiunta del proprietario e del tecnico sulla legittimità urbanistica e assenso dei comproprietari del cortile comune).
L’inibizione è stata adottata oltre il termine di 30 giorni stabilito dall’art. 23, sesto comma, del D.P.R. n. 380/01 (alla D.I.A. presentata il 26/11/2010 ha fatto seguito il provvedimento emesso il 25/1/2011 e notificato il 28/1/2011).
Ciò posto, il primo comma dell’art. 23 stabilisce che l’avente titolo deve presentare la denuncia di inizio attività “almeno trenta giorni prima dell’effettivo inizio dei lavori”, mentre il successivo sesto comma dispone che:
“Il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale, ove entro il termine indicato al comma 1 sia riscontrata l’assenza di una o più delle condizioni stabilite, notifica all’interessato l’ordine motivato di non effettuare il previsto intervento e, in caso di falsa attestazione del professionista abilitato, informa l’autorità giudiziaria e il consiglio dell’ordine di appartenenza. E’ comunque salva la facoltà di ripresentare la denuncia di inizio attività, con le modifiche o le integrazioni necessarie per renderla conforme alla normativa urbanistica ed edilizia”.
Giova premettere che presupposti indefettibili perché la d.i.a. possa essere produttiva di effetti sono la completezza e la veridicità delle dichiarazioni contenute nell’autocertificazione, per cui il decorso del termine di trenta giorni non legittima l’intervento edilizio se la dichiarazione non corrisponde al modello legale prescritto dalla legge, o comunque risulti inesatta o incompleta, sicché l’Amministrazione, in tale ipotesi, non decade dal potere di inibire l’attività o di sospendere i lavori (cfr. TAR Lazio, sez. I, 5/4/2013, n. 3506).
Tuttavia, avuto riguardo all’espressa delimitazione del potere rimesso all’Autorità amministrativa (“entro il termine indicato al comma 1”), deve affermarsi che l’inutile decorso del termine preclude al Comune di intervenire per paralizzare l’intervento, se ravvisi unicamente la necessità di integrare la documentazione accessoria da allegare alla denuncia, senza evidenziare ragioni sostanziali e concludenti che attengano al divieto di esecuzione dell’opera.
In altri termini, la verifica sulla completezza della documentazione deve essere effettuata entro il termine assegnato dalla legge (che altrimenti non avrebbe ragion d’essere vero), il cui decorso consolida in capo all’interessato la facoltà di eseguire l’intervento (cfr., di recente, Cons. Stato – Sez. IV, 12 novembre 2015 n. 5161: “Secondo un noto orientamento giurisprudenziale, qui pienamente condiviso, intervenuto in ordine alla natura giuridica dell’istituto della D.I.A. , la denuncia di inizio attività è un atto soggettivamente e oggettivamente privato, alla cui presentazione può seguire da parte della P.A. un silenzio di tipo significativo che produce l’effetto di precludere all’Amministrazione l’esercizio del potere inibitorio (Ad. Pl. sent 29 febbraio 2011 n.15)”.
In diversa ipotesi si versa allorquando le ragioni del divieto di eseguire l’intervento poggino sulla difformità rispetto al titolo edilizio necessario o alle norme che presiedono all’attività edilizia e all’assetto urbanistico.
In tal caso, l’intervento della P.A. ha il suo fondamento nel generale ed inconsumabile potere di repressione dell’attività edilizia contrastante con la normativa, al quale fa riferimento la giurisprudenza per la quale, anche dopo la scadenza del termine fissato dall’art. 23, sesto comma, citato, “l’amministrazione conserva il potere di verificare se le opere possono essere realizzate sulla base della d.i.a. e può esercitare i poteri di vigilanza e sanzionatori previsti dall’ordinamento” (sez. IV, sent. 12 febbraio 2010 n. 781)” (Cons. Stato – Sez. IV, 27 gennaio 2015 n. 365; conforme per tali ipotesi la giurisprudenza di questa Sezione: cfr. la sentenza del 6 febbraio 2015 n. 937: “Non occorreva il previo annullamento della DIA, stante la diversità dei lavori rispetto alla denuncia (per cui non v’è colleganza tra l’intento manifestato e la differente attività posta in essere) ed atteso il mantenimento in capo al Comune del potere di repressione degli abusi edilizi, pur dopo la scadenza del termine stabilito nell’art. 23 del DPR 380/01”).
Sennonché, come innanzi precisato, non è rinvenibile nella specie l’esercizio da parte del Comune del potere repressivo dell’attività edilizia non consentita (che avrebbe dovuto comportare l’accertamento della difformità dell’intervento rispetto alle prescrizioni e la verifica delle altre condizioni occorrenti per eseguirlo), essendosi l’Ente limitato ad addurre la mancanza di documentazione, inibendo per tale aspetto l’attività intrapresa, sebbene fosse scaduto il termine fissato dalla legge per compiere tale attività.
In ragione di ciò, è fondata ed assorbente la censura articolata sul punto e vanno pertanto annullati il provvedimento impugnato con il ricorso ed, altresì, per la denunciata illegittimità derivata l’ordinanza gravata con motivi aggiunti, che su quel provvedimento si fonda
».

Daniele Majori – Avvocato e consulente aziendale

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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