Autorizzazioni, Commercio, Pubblica sicurezza, Somministrazione di alimenti e bevande

Requisiti di accesso e di esercizio delle attività commerciali ai sensi dell’art. 71 d.lgs. n. 59/2010: il novero delle situazioni penalmente rilevanti a tal fine è tassativamente circoscritto alle sole ipotesi previste dalla norma in argomento e, quanto alle condanne, all’intervenuta condanna con sentenza passata in giudicato per una serie specifica di gravi reati, quali anzitutto i delitti non colposi puniti con pena non inferiore nel minimo a tre anni (nella fattispecie, pertanto, il Tar ha ritenuto non ostativo, ai fini del rilascio di un’autorizzazione commerciale per l’esercizio delle attività di somministrazione di vendita, un decreto penale di condanna, peraltro non definitivo, per il reato fiscale di omesso versamento dell’IVA, posto in essere nel periodo in cui la società di cui il ricorrente era rappresentante legale si trovava in amministrazione giudiziaria).

(Tar Campania, Napoli, sez. III, 10 dicembre 2014, n. 6474)

«Con il primo motivo il deducente rubrica violazione dell’art. 71 del d.lgs. n. 59/2010, ingiustizia manifesta, falsità ed insussistenza dei presupposti, dolendosi in sostanza che il Comune abbia illegittimamente opposto l’impugnato diniego alla sua istanza di rilascio dell’autorizzazione dell’attività di deposito e vendita di bombole di gas, violando il disposto del’art. 59 d.lgs. cit., a mente del quale non possono esercitare l’attività commerciale di vendita e somministrazione solo i soggetti che siano stati condannati con sentenza passata in giudicato per delitto non colposo per il quale è prevista una pena detentiva non inferiore nel minimo a tre anni o per uno dei delitti di cui al libro II, Titolo VIII, Capo II del codice penale ovvero per gravi reati, quali ricettazione, riciclaggio, insolvenza fraudolenta, usura, rapina, etc., nonché per reati contro l’igiene e la sanità pubblica o frode nella preparazione e commercio degli alimenti nonché, infine, coloro che siano stati destinatari di una misura di prevenzione.
In tale tassativo elenco non figura né la condanna, né, tanto meno, la mera pendenza di procedimento penale per il reato fiscale di omesso versamento del’IVA, peraltro posto in essere nel periodo in cui la società di cui egli era rappresentante legale trovavasi in situazione di amministrazione giudiziaria.
2.2. A parere del Collegio la riassunta doglianza si presta a positiva considerazione e va conseguentemente accolta.
Invero, appare utile riportare il testo dell’invocata norma, costituente ad oggi la disciplina di riferimento per quanto attiene ai requisiti contemplati per il rilascio delle autorizzazioni commerciali per le attività di vendita e somministrazione, fermo restando che per le autorizzazioni di polizia vige la più severa regolamentazione definita dal T.U.L.P.S..
Ebbene, a norma dell’art.71, del d.lgs. 26.3.2010 n. 59: “1. Non possono esercitare l’attività commerciale di vendita e di somministrazione:
a) coloro che sono stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza, salvo che abbiano ottenuto la riabilitazione;
b) coloro che hanno riportato una condanna, con sentenza passata in giudicato, per delitto non colposo, per il quale è prevista una pena detentiva non inferiore nel minimo a tre anni, sempre che sia stata applicata, in concreto, una pena superiore al minimo edittale;
c) coloro che hanno riportato, con sentenza passata in giudicato, una condanna a pena detentiva per uno dei delitti di cui al libro II, Titolo VIII, capo II del codice penale, ovvero per ricettazione, riciclaggio, insolvenza fraudolenta, bancarotta fraudolenta, usura, rapina, delitti contro la persona commessi con violenza, estorsione;
d) coloro che hanno riportato, con sentenza passata in giudicato, una condanna per reati contro l’igiene e la sanità pubblica, compresi i delitti di cui al libro II, Titolo VI, capo II del codice penale;
e) coloro che hanno riportato, con sentenza passata in giudicato, due o più condanne, nel quinquennio precedente all’inizio dell’esercizio dell’attività, per delitti di frode nella preparazione e nel commercio degli alimenti previsti da leggi speciali;
f) coloro che sono sottoposti a una delle misure di prevenzione di cui alla legge 27 dicembre 1956, n. 1423, o nei cui confronti sia stata applicata una delle misure previste dalla legge 31 maggio 1965, n. 575, ovvero a misure di sicurezza.
Come può agevolmente notarsi, il novero delle situazioni penalmente rilevanti ai fini dell’esclusione dei requisiti morali soggettivi ritenuti dal legislatore necessari affinché possa essere rilasciata un’autorizzazione commerciale per l’esercizio delle attività di somministrazione di vendita, è tassativamente circoscritto alle sole ipotesi di intervenuta condanna con sentenza passata in giudicato per una serie di gravi reati, quali anzitutto i delitti non colposi puniti con pena non inferiore nel minimo a tre anni. Vengono poi enumerati i reati previsti e puniti dal libro II, Titolo VIII, capo II del codice penale, ovvero ricettazione, riciclaggio, rapina, insolvenza fraudolenta bancarotta fraudolenta, usura, delitti contro la persona commessi con violenza ed estorsione. Si passa poi ai delitti di frode nella preparazione e nel commercio di sostane alimentari previsti dalla legislazione penale speciale e, infine, sono dichiarati inidonei moralmente a conseguire le autorizzazioni in analisi i soggetti raggiunti da misure di prevenzione.
Nessuna menzione è, dunque, fatta per i reati fiscali, tra cui quelli per omessi versamenti di IVA o di altre imposte o tasse.
2.3. Rimarca oltretutto il Collegio che è la stessa natura formale oggettiva del provvedimento giudiziario inflitto al ricorrente a collocare lo stesso al di fuori della tassativa elencazione definita dalla norma in disamina.
La quale annovera unicamente la sentenza penale di condanna passata in giudicato, escludendo, quindi, che possa ritenersi ostativo al rilascio delle autorizzazioni commerciali un mero decreto penale di condanna, ancorché definitivo o irrevocabile.
Nella specie, peraltro, il decreto di condanna inflitto al deducente non è tale, atteso che, come dichiarato dal suo procuratore in Udienza, tale provvedimento è in corso di notifica e sarà impugnato in appello. Essendo, del resto, precisa il Collegio, menzionato nel certificato dei carichi pendenti, non può non avere natura di mero carico pendente, ossia di provvedimento non ancora assurto al rango di cosa giudicato, essendo stati, infatti, coerentemente indicati i numeri di ruolo della Procura e del’Ufficio del GIP.
La fattispecie si colloca pertanto al di fuori del prisma che delimita le condizioni e i pregiudizi penali ostativi al rilascio delle autorizzazioni commerciali, definito dal’art. 71 del d.lgs. n. 59/2010, del qual è fondatamente dedotta la violazione.
2.4. Segnala il Tribunale che la giurisprudenza si è analogamente pronunciata con riguardo all’omologa disciplina dettata dal TULPS in materia di autorizzazioni di polizia, che si connota, tra l’altro, per un maggiore rigore.
Ciò malgrado, è stato di recente giudicato non ostativo al rilascio di un’autorizzazione di polizia il dato della mera pendenza di procedimento penale, laddove la norma di riferimento eleva a ragione ostativa solo la sentenza penale di condanna.
Si è condivisibilmente precisato al riguardo che “Il provvedimento con cui il Questore
[…] ha disposto l’annullamento del silenzio assenso formatoti a seguito della presentazione da parte del ricorrente della denuncia di inizio attività, risulta fondarsi sul certificato dei carichi pendenti in cui risulta, a suo carico, un procedimento penale per concorso in bancarotta fraudolenta.
Tale circostanza concorre, secondo l’Amministrazione resistente, a far ritenere sussistenti le “ragioni di pubblico interesse attuali e concrete di rivalutazione dei presupposti che legittimano l’attività denunciata…..” con conseguente insussistenza dei requisiti soggettivi richiesti per il conseguimento delle autorizzazioni di polizia (…). La disposizione ora richiamata (11 del R.D. n. 773/1931.
n.d.s.) prevede che il rilascio delle autorizzazioni di polizia sia negato a coloro che abbiano riportato condanna restrittiva della libertà personale superiore a tre anni, per delitto non colposo e non abbiano ottenuto la riabilitazione; a coloro che siano stati sottoposti ad ammonizione o a misura di sicurezza personale, o che siano stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza.
Orbene, ai fini del decidere il Collegio osserva che l’annullamento disposto dalla Questura
[…] risulta fondarsi sulla mera pendenza di un procedimento penale a carico del ricorrente, ossia su di una circostanza non contemplata dalla norma, sopra richiamata, tra le cause che comportano il diniego sull’istanza di rilascio di una autorizzazione di polizia.
Osserva, altresì, che la tipicità delle fattispecie e dei presupposti previsti dalla normativa contenuta nell’art. 11 T.U.L.P.S. comporta che le licenze od autorizzazioni in questione possano essere revocate nei soli casi in cui ricorrano i presupposti fattuali espressamente indicati dalle disposizioni di legge.
Appare evidente, nel caso in esame, che l’annullamento del silenzio assenso è stato adottato dalla Questura
[…] in ragione della pendenza a carico del ricorrente di un procedimento penale, risultante dal certificato dei carichi pendenti, ossia di un presupposto non espressamente prescritto dal succitato art. 11 quale circostanza ostativa al rilascio dell’autorizzazione ad esercitare una determinata attività commerciale.
Ne consegue, pertanto, che il gravato provvedimento di annullamento deve ritenersi inficiato dai prospettati vizi di legittimità, in quanto adottato in assenza del presupposto fattuale considerato dalla anzidetta norma di legge quale condizione essenziale per poter pervenire ad un diniego sull’istanza di rilascio di autorizzazione” (T.A.R. Lazio – Roma, sez. I , 06/02/2013 ( ud. 11/10/2012 , dep.06/02/2013, n.1272).
Orbene, non ravvisa il Tribunale ragioni sistematiche per dubitare della natura di norma eccezionale e come tale insuscettibile di interpretazione estensiva che è da attribuire all’art. 71, d.lgs. n. 59/2010, stante la sua attitudine a erogare al principio generale avente copertura costituzionale della libertà di iniziativa economica privata (art. 41 Cost.).
In definitiva, alla luce delle svolte considerazioni il primo motivo di ricorso si profila fondato e importa l’accoglimento del ricorso, con assorbimento delle residue meno trancianti censure
».

Daniele Majori – Avvocato Amministrativista in Roma

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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