Appalti pubblici, Contratti pubblici

L’art. 6 della legge n. 537/93 ha natura imperativa e l’istituto della revisione prezzi riguarda (senza eccezioni) tutti i contratti pubblici inerenti servizi e forniture ad esecuzione periodica o continuativa, qualificabili come appalti, sicché la norma è applicabile pure in mancanza o contro la volontà contrattuale manifestata (nella fattispecie, si è perciò disposta la sostituzione ed integrazione con la suddetta disposizione di legge – che non contempla alcuna franchigia – della clausola convenzionale che attribuiva rilevanza agli scostamenti in eccesso delle voci di costo soltanto al superamento di una soglia minima, pari al 10%, ed escludeva dal computo il primo anno).

(Tar Puglia, Bari, sez. I, 20 febbraio 2014, n. 273)

«[L]a società ricorrente invoca l’applicazione al caso di specie dell’art. 6 della legge n. 537/93, nell’interpretazione ormai costantemente e unanimemente seguita dalla giurisprudenza amministrativa, secondo cui la norma ha natura imperativa e l’istituto della revisione prezzi riguarda (senza eccezioni) tutti i contratti pubblici inerenti servizi e forniture ad esecuzione periodica o continuativa, qualificabili come appalti, applicabile pure in mancanza o contro la volontà contrattuale manifestata.
L’obbligo legale deve, pertanto, essere tradotto sul piano contrattuale anche modificando ed integrando la volontà delle parti contrastante con la predetta disposizione, secondo il meccanismo di sostituzione automatica di cui al combinato disposto degli artt. 1339 e 1419 c.c. (cfr. ex multis: Cons. Stato, Sez. III, 1° febbraio 2012, n. 504; Sez. V, 2 novembre 2009, n. 6709; 20 agosto 2008, n. 3994; 16 giugno 2003 n. 3373; 8 maggio 2002 n. 2461; 19 febbraio 2003 n. 916; cfr. anche questa Sezione, 23.2.2010 n. 670, n. 1634 del 5.9.2012 e, da ultimo, la già citata n. 999/2013).
Il meccanismo revisionale in questione ha, invero, lo scopo di tutelare il pubblico interesse a che le prestazioni di beni e servizi da parte degli appaltatori della pubblica Amministrazione non subiscano con il tempo una diminuzione qualitativa a causa degli aumenti dei prezzi dei fattori della produzione, incidendo sulla percentuale di utile stimata al momento della formulazione dell’offerta, così sconvolgendo il quadro finanziario sulla cui base è stato stipulato il contratto (si veda ancora sul punto le citate sentenze di questa Sezione n. 1634/2012 e n. 670 del 23.2.2010 nonché C.d.S., Sez.VI, n. 3568 del 9.6.2009 e n. 4065 del 19.6.2009).
Nella fattispecie, ricorrono le condizioni di applicabilità del richiamato art. 6 e di operatività del meccanismo di sostituzione legale. Si tratta di un contratto di appalto di servizi ad esecuzione continuativa, recante una clausola non conforme alla predetta disposizione nella parte in cui attribuisce rilevanza agli scostamenti in eccesso delle voci di costo ivi indicate soltanto al superamento di una soglia minima, pari al 10% ed esclude dal computo il primo anno ponendo, pertanto, a carico dell’appaltatore le variazioni dei prezzi entro la pattuita alea contrattuale (cfr. il richiamato art. 8 del capitolato cui fa espresso rinvio – come già precisato- l’art. 4 del contratto perfezionato inter partes nel 2004).
Tale clausola va sostituita ed integrata con la disposizione di legge imperativa che non contempla alcuna franchigia.
Ne discende che la quantificazione andrà condotta secondo le indicazioni della norma indicata, nell’interpretazione costantemente seguita dalla giurisprudenza che, vista la mancata attuazione del comma sesto dell’art.6 in questione, ha individuato un meccanismo sostitutivo destinato ad operare in via suppletiva (sul punto, si veda da ultimo C.d.S., Sez. V, n. 7254 del 1°.10.2010 e n. 2786 del 9.6.2008; si vedano inoltre le già citate sentenze della Sez. VI del C.d.S. nn. 4065 e n. 3568 del 2009 e di questa Sezione n. 1634/2012). Più precisamente, il menzionato comma prevede che la revisione venga operata a seguito di un’istruttoria condotta dai dirigenti responsabili dell’acquisizione dei beni e servizi, sulla base dei dati rilevati e pubblicati semestralmente dall’I.S.T.A.T. sull’andamento dei prezzi dei principali beni e servizi acquisiti dalle P.A.. A fronte, tuttavia, della reiterata mancata pubblicazione da parte dell’Istituto nazionale di statistica di tali dati, il calcolo degli importi revisionali è stato ancorato all’indice (medio del paniere) di variazione dei prezzi per le famiglie di operai e impiegati (c.d. indice F.O.I.), mensilmente pubblicato dal medesimo Istituto.
Si ritiene, tuttavia, che l’utilizzo di quest’ultimo parametro non esoneri la stazione appaltante dal dovere di istruire il procedimento, tenuto conto di tutte le circostanze del caso concreto al fine di esprimere la propria determinazione discrezionale; il parametro in questione segna soltanto il limite massimo oltre il quale, salvo circostanze eccezionali che devono essere provate dall’impresa, l’Amministrazione stessa non può spingersi nella determinazione del compenso revisionale (cfr. in termini la già citata sentenza di questa Sezione n. 1634/2012 nonché la più recente n. 999/2013).
Nella fattispecie in esame, invero, viene in rilievo la più volte richiamata clausola convenzionale (l’art.8 del capitolato) che detta sul punto specifiche disposizioni; clausola che però, per quanto detto, andrà disapplicata e sostituita dalla descritta clausola legale, anche quanto all’individuazione dei criteri di calcolo.
Il compenso revisionale dovrà inoltre essere assoggettato alla corresponsione degli interessi per ritardato pagamento ex d.lgs. 231/2001 giacché, ai sensi dell’art. 11 dello stesso decreto, le relative disposizioni si applicano a tutti i contratti conclusi dopo l’8 agosto 2002
».

Daniele Majori – Avvocato Amministrativista – Roma

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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