Ordine pubblico, Pubblica sicurezza

In tema di divieto di accesso alle manifestazioni sportive (cd. “daspo”).

(Consiglio di Stato, sez. III, 13 settembre 2013, n. 4544)

«L’art. 6, comma 1, della legge n. 401/1989, più volte modificato, nel testo attualmente vigente prevede la emissione del provvedimento gergalmente denominato “daspo”, ossia divieto di accesso alle manifestazioni sportive, in una pluralità di ipotesi, fra le quali quella che il soggetto abbia preso parte attiva ad episodi di violenza, ovvero abbia incitato o provocato alla violenza, eccetera. L’appellante sostiene che nella fattispecie non vi è stato alcun episodio di violenza, tanto meno egli vi ha preso parte attiva, né comunque ha tenuto altri comportamenti violenti o provocatori.
Tuttavia, è risolutivo riportare l’ultima parte del comma 1: «Il divieto di cui al presente comma può essere, altresì, disposto nei confronti di chi, sulla base di elementi oggettivi, risulta avere tenuto una condotta finalizzata alla partecipazione attiva ad episodi di violenza in occasione o a causa di manifestazioni sportive o tale da porre in pericolo la sicurezza pubblica in occasione o a causa delle manifestazioni stesse».
Benché questo passo della legge non sia esplicitamente citato, risulta chiaramente dalla motivazione del provvedimento che nella fattispecie la Questura ha inteso riferirsi proprio a questa ultima ipotesi. E’ vero, infatti, che non si erano (ancora) verificati disordini o episodi violenti, se non altro perché i tifosi
[…] controllati non erano ancora arrivati allo stadio e mancavano alcune ore all’inizio della partita. Ma la Questura ha ritenuto verosimile e probabile – date le circostanze sopra ricordate – che tutti e 44 i viaggiatori si proponessero di presentarsi in massa all’ingresso dello stadio tentando di entrare benché privi sia del biglietto che della “tessera del tifoso”; e che pertanto ad essi si dovesse addebitare «…una condotta finalizzata alla partecipazione attiva ad episodi di violenza … o tale da porre in pericolo la sicurezza pubblica». Convincimento rafforzato dal reperimento, sull’autobus, di un certo quantitativo di materiale pirotecnico vietato.
4. Ciò posto, pur giudicando nei limiti del sindacato di legittimità, si deve dire che il suddetto convincimento della Questura appare plausibile ed esente da vizi.
Non ci si può infatti nascondere – trattandosi di fatti notori – che fra i comportamenti usuali, anzi tipici, dei c.d. ultras (specie in trasferta) vi è quello di presentarsi ai cancelli dello stadio, in massa o comunque in gruppi organizzati, senza biglietto, e con atteggiamenti aggressivi e intimidatori, per creare condizioni nelle quali gli addetti al controllo e le autorità preposte siano costrette a scegliere fra consentire loro pro bono pacis l’ingresso, ovvero correre il rischio che mantenuti forzatamente all’esterno quelli sfoghino la loro delusione e la loro aggressività creando disordini e tafferugli con la tifoseria avversaria.
5. In questa luce appare ozioso discettare se l’attuale appellante abbia avuto un ruolo più o meno attivo: considerato il contesto, ciascuno dei 44 era consapevole, quanto meno, che non possedeva gli indispensabili titoli per l’accesso allo stadio (tessera del tifoso e biglietto nominativo) e che non aveva modo di procurarseli legittimamente; e dunque affrontava un viaggio di oltre 600 km su un autobus appositamente noleggiato perché fidava sulla possibilità di eludere i controlli avvalendosi della forza d’intimidazione del numero – salvo alimentare disordini all’esterno dello stadio, in caso di rifiuto.
6. In questa situazione, la misura disposta a carico dell’appellante risulta legittima e altresì proporzionata, anche perché la durata stabilita (un anno) è la minima consentita dalla legge
».

Daniele Majori – Avvocato Amministrativista – Roma

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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