Esami di abilitazione

La produzione di pareri pro veritate, da parte del ricorrente non ammesso alla prova orale degli esami per l’abilitazione alla professione di avvocato, può sostenere la tesi dell’errore valutativo della commissione esaminatrice soltanto quando tali pareri fanno registrare un considerevole discostamento dal giudizio espresso dalla stessa commissione.

(Tar Puglia, Lecce, sez. I, 19 settembre 2013, n. 1970)

«Secondo consolidata giurisprudenza anche dopo l’entrata in vigore dell’art. 3 della legge n. 241 del 1990, i provvedimenti della commissione esaminatrice che rilevano l’inidoneità delle prove scritte e non ammettono alla prova orale il candidato agli esami per l’abilitazione alla professione di avvocato devono ritenersi adeguatamente motivati quando si fondano su voti numerici, attribuiti in base ai criteri predeterminati, senza necessità di ulteriori spiegazioni e chiarimenti. Siffatti voti esprimono un metodo di valutazione rispondente al criterio di cui all’articolo 97 Cost. e rappresentano la compiuta esternazione dell’unica attività, non altrimenti segmentabile in fasi in qualche modo formalizzabili, di verifica dell’idoneità del candidato a seguito della lettura dei suoi elaborati, demandata alla commissione esaminatrice.
La Corte costituzionale, con le sentenze 30 gennaio 2009 n. 20 e 8 giugno 2011, n. 175, ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 22, nono comma, del R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578 (Ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore) convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 22 gennaio 1934, n. 36, poi sostituito dall’art. 1 bis, del D.L. 21 maggio 2003, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 luglio 2003, n. 180, nonché degli articoli 17 bis, 22, 23 e 24, primo comma del R.D. 22.1.1934 n. 37 (Norme integrative e di attuazione del R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, sull’ordinamento della professione di avvocato e di procuratore), sollevata in riferimento agli artt. 3, 4, 24, 41, 97, 111, 113 e 117 della Costituzione, nella parte in cui non prevedono l’obbligo di giustificare o motivare il voto verbalizzato in termini alfanumerici in occasione delle operazioni di valutazione delle prove scritte d’esame per l’abilitazione alla professione forense.
La sezione ha seguito un’opzione ermeneutica temperata, riversando sulla parte ricorrente l’onere di introdurre nel processo elementi di natura indiziaria capaci di fare luce sull’eventuale errore valutativo nel quale sia incorsa la Commissione giudicatrice, mediante la produzione di pareri pro- veritate, e cioè opinioni che, per il fatto di essere formulati da esperti giuristi chiamati a pronunciarsi in ordine alla bontà degli elaborati confezionati dall’interessato, possano entrare a far parte del materiale probatorio che il giudice utilizza per formare il suo convincimento sul caso concreto.
Si è ritenuto, in particolare, che solo quando i pareri prodotti fanno registrare un considerevole discostamento dal giudizio espresso dalla commissione di esame, è logicamente sostenibile la tesi dell’errore valutativo della stessa commissione.
Se, infatti, un’unica prova di esame è stata valutata in maniera radicalmente diversa da un esperto di diritto ciò significa che il margine di errore accertato nel caso concreto è così rilevante da evidenziare la irragionevolezza della valutazione espressa dalla commissione.
Per la verità, tale argomentazione è stata posta in discussione dal Consiglio di Stato il quale non ha condiviso che la produzione di un parere pro veritate possa giungere al sovvertimento della valutazione complessivamente espressa dalla commissione, ritenendo tale soluzione priva di qualsiasi fondamento giuridico, atteso che la competenza a valutare gli elaborati dei candidati spetta in via esclusiva alla commissione esaminatrice e non è consentito sovrapporre alle determinazioni da questa adottate il parere reso da un soggetto terzo, quale che sia la sua qualifica professionale e il livello di conoscenze e di esperienze acquisite in subjecta materia. (ex multis, Cons Stato Sez. IV 20 febbraio 2008 n.2781; idem 22 giugno 2011 n. 3802).
In ogni caso, nella fattispecie, il parere pro veritate che il ricorrente ha addotto quale elemento di prova non è affatto convincente nella direzione, sopra ricordata, della dimostrazione del clamoroso errore valutativo della commissione di esame.
Va anche segnalato che ciò che conta, in sede di valutazione degli elaborati svolti in una procedura per l’accesso ad una professione a numero chiuso, non è solamente la esattezza delle soluzioni giuridiche propugnate e prescelte, ma anche la modalità espositiva, le capacità di sintesi e di efficace argomentazione.
Ove così non fosse, dovrebbe ammettersi che tutti i candidati estensori di elaborati recanti soluzioni corrette debbano necessariamente superare la prova concorsuale, il che non può sicuramente avvenire, posto che le finalità del concorso risiedono nella selezione dei migliori e non già nel selezionare i candidati che si limitino a elaborare soluzioni ortodosse o quasi aritmetiche dei casi giuridici sottoposti al loro esame.
Nella specie basti rilevare che, proprio richiamando il parere pro- veritate prodotto dal ricorrente, il candidato non ha sufficientemente sviluppato e destrutturato l’ipotesi formulata dai giudici di prime cure, attribuendo la corresponsabilità tra tutti i concorrenti per il reato di omicidio.
In particolare, quanto alla richiesta assolutoria, la stessa risulta sostenuta con argomentazioni poco convincenti, tanto più che, come rilevato nel citato parere pro- veritate, “per sostenere la doverosa richiesta assolutoria il candidato avrebbe dovuto interpretare liberamente alcuni elementi di fatto che la traccia non dava modo di interpretare e conoscere con esattezza”.
Tali considerazioni consentono quindi al Collegio di condividere il giudizio espresso dalla Commissione
».

Daniele Majori – Avvocato Amministrativista – Roma

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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