Procedimento amministrativo, Pubbliche amministrazioni

Sul potere della P.A. di fissare termini perentori non previsti dalla legge.

(Tar Lombardia, Milano, sez. IV, 6 giugno 2013, n. 1463)

«E’ emerso in maniera incontestata dagli atti del presente giudizio che il Comune […], in data 30.10.1995, è stato ammesso al finanziamento in relazione agli interventi rientranti nel programma quadriennale 92-95 di edilizia residenziale pubblica per un importo di £ 1.339.000.000. Parimenti è emerso in modo non contestato dalle parti che il dirigente del Servizio Edilizia Residenziale, con fax del 16.1.1996, richiedeva al comune ricorrente l’invio di documentazione integrativa attestante la “sussistenza delle priorità già dichiarate con la domanda di concessione del finanziamento”.
Il provvedimento di diniego del finanziamento è stato motivato esclusivamente in relazione al ritardo con cui il Comune
[…] ha adempiuto alla menzionata richiesta; in particolare, la documentazione avrebbe dovuto pervenire entro le ore 12,00 del 23.1.1996, mentre è pervenuta alle ore 19,00 del 23.1.1996.
La questione sottoposta all’esame del Collegio involge, quindi, il potere della pubblica amministrazione di fissare termini perentori non previsti dalla legge.
Sul punto, come è noto, i termini, intesi come periodo di tempo al cui decorso il diritto attribuisce un determinato rilievo, sono disciplinati dal codice di procedura civile, che reca una regolamentazione tesa ad influire sulla rapidità del processo, ispirata da criteri di opportunità e ragionevolezza. Si distingue, in proposito, tra termini perentori, la cui decorrenza dà luogo automaticamente alla decadenza del potere di compiere l’atto e termini ordinatori, in cui la decadenza non è automatica, ma il frutto di una valutazione discrezionale ad opera del giudice.
L’art. 152 c.p.c. dimostra che la regola è che i termini debbano considerarsi ordinatori, mentre quelli perentori possono essere previsti esclusivamente dal legislatore. Anche il giudice non ha potere di fissare termini perentori, salvo che non sia la legge a dotarlo di simile potere.
La giurisprudenza, cercando di temperare il rigore del dettato legislativo, ha ritenuto di non escludere automaticamente la perentorietà del termine in caso di assenza di un’esplicita dichiarazione legislativa in tal senso, riconoscendo che, a prescindere dal dettato della norma, un termine è perentorio tutte le volte che, per lo scopo che persegue e la funzione che adempie, deve essere rigorosamente osservato (cfr., Cass., 1064/2005).
Emerge, in ogni caso, da tale reticolo di norme che la perentorietà del termine è fuori delle disponibilità delle parti e del giudice, come dimostra anche l’art. 153 c.p.c., che precisa l’improrogabilità dei termini perentori, anche in caso di accordo delle parti.
Tali coordinate ermeneutiche tracciate possono essere trapiantate anche in relazione al potere della p.a. di fissare termini perentori.
Non può escludersi a priori la possibilità per la p.a. di fissare termini che consentano l’ordinato svolgimento di una procedura o di una gara, ricollegando alla violazione di tali termini la sanzione dell’esclusione o della perdita di un dato potere. Ciò accade ad esempio in relazione al termine previsto per la presentazione delle domande nei concorsi o negli appalti pubblici, che è pacificamente ritenuto perentorio per esigenze di garanzia della par condicio dei partecipanti (cfr., ex plurimis, Cons. Stato sez. V, 23 marzo 2009, n. 1746).
La regola, tuttavia, resta che la scadenza del termine non può comportare automaticamente la perdita di un potere, spettando alla p.a., nell’ambito della sua attività discrezionale, verificare se accogliere o meno l’istanza del privato, informando la sua attività al criterio della ragionevolezza e della proporzionalità.
Nel caso di specie, l’amministrazione resistente ha fissato un termine perentorio stringente (sette giorni) in assenza di espressa previsione legislativa e senza che per la natura e lo scopo del provvedimento dovesse intendersi perentorio il termine stabilito. Il risultato è che il provvedimento di esclusione dal finanziamento, fondato esclusivamente sul mancato rispetto del termine, è irragionevole e non proporzionato alle finalità perseguite, anche perché la documentazione richiesta dall’amministrazione resistente, era già stata indicata all’atto della presentazione della domanda e poi prodotta solo qualche ora dopo la scadenza del termine.
Né rileva l’eccezione della resistente secondo cui in ogni caso l’amministrazione comunale non aveva prodotto in concreto la documentazione richiesta, in quanto il provvedimento impugnato non fa alcuna menzione di tale aspetto, limitandosi ad un’osservazione puramente formale, legata al mancato rispetto del termine ideato dall’amministrazione.
Ne deriva che sussisteva il diritto del Comune
[…] di ottenere il finanziamento regionale relativo al programma quadriennale 92-95 sulla base della deliberazione del 30.10.1995.
Il ricorso, pertanto, va accolto in relazione al provvedimento emesso dall’Assessore Regionale ai Lavori Pubblici del 23.4.1996, che, per l’effetto, va annullato
».

Daniele Majori – Avvocato Amministrativista – Roma

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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