Università

Corsi di laurea a numero chiuso: sulla legittimità dell’iscrizione, senza test d’ingresso, ad anni successivi al primo (nella fattispecie, il Tar ha esteso l’applicazione dei principi stabiliti dall’Adunanza Plenaria n. 1/2015 – riferiti esplicitamente al caso degli studenti iscritti in università straniere che vogliano iscriversi a università italiane il cui accesso è previsto come programmato e a numero chiuso – a un caso di iscrizione al corso di laurea in Odontoiatria e protesi dentaria da parte di un laureato in Medicina e Chirurgia, stante l’identità di ratio).

(Tar Campania, Napoli, sez. IV, 9 maggio 2017, n. 2489)

«Le censure possono essere trattate insieme in quanto corrispondono a due aspetti, complementari, dell’unica vera questione di merito del giudizio, che è la legittimità dell’iscrizione a anni successivi al primo, senza test d’ingresso, a corsi di laurea aventi accesso a numero chiuso.
3.1. Il corso di laurea in odontoiatria e protesi dentaria presso la facoltà di medicina e chirurgia è uno tra questi, essendo stato istituito con Decreto del Presidente della Repubblica 28 febbraio 1980, n. 135 ma trasformato, con la legge 264 del 2 agosto 1999, a corso ad accesso “programmato” a livello nazionale (art. 1, co. 1, lett.a).
L’art. 3, comma 1 della medesima legge stabilisce che “il Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica, nell’emanazione e nelle modificazioni del regolamento di cui all’art. 9, comma 4, della legge 19 novembre 1990, n. 341, (….) si conforma alle disposizioni di cui agli articoli 1 e 2 della presente legge e si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi: a) determinazione annuale, per i corsi di cui all’art. 1, comma 1, lettere a) e b), del numero di posti a livello nazionale con decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica, sentiti gli altri Ministri interessati, sulla base della valutazione dell’offerta potenziale del sistema universitario, tenendo anche conto del fabbisogno di professionalità del sistema sociale e produttivo”.
Infine, l’art. 4 stabilisce che “l’ammissione ai corsi di cui agli articoli 1 e 2 è disposta dagli atenei previo superamento di apposite prove di cultura generale, sulla base dei programmi della scuola secondaria superiore, e di accertamento della predisposizione per le discipline oggetto dei corsi medesimi, (…). Per i corsi di cui all’art. 1, comma 1, lettere a) e b), il Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica determina con proprio decreto modalità e contenuti delle prove di ammissione, senza oneri aggiuntivi per il bilancio dello Stato. “
Il comma 2 impone che “i requisiti di ammissione alle tipologie di corsi e titoli universitari, (…) sono determinati dai decreti di cui al citato art. 17, comma 95, della legge n. 127 del 1997, i quali comunque non possono introdurre fattispecie di corsi ad accesso programmato ulteriori rispetto a quanto previsto dalla presente legge.”
3.2. La tesi del ricorrente è che nessuna di queste disposizioni impedisca a chi è già in possesso di Laurea in Medicina e Chirurgia di iscriversi ad anni successivi al primo del Corso di Laurea in Odontoiatria e protesi Dentaria, obbligandolo a sostenere il test preselettivo per l’iscrizione ad anni successivi al primo, posto che, secondo l’interpretazione data dall’Adunanza Plenaria 1/2015, il test è obbligatorio solo per l’iscrizione al primo anno al fine di valutare il grado di conoscenza del candidato e la sua idoneità a frequentare l’Università, circostanza che non può valere per chi chiede l’iscrizione ad anni successivi al primo, sul presupposto che sarà l’Ateneo a valutare gli esami sostenuti e a riconoscere gli eventuali crediti.
3.3. Il Collegio condivide pienamente la tesi del ricorrente, alla luce di una interpretazione costituzionalmente orientata della normativa in questione, dei principi fatti propri dall’Adunanza Plenaria del 2015 e della giurisprudenza di questa Sezione di cui si darà conto in seguito.
3.3.1. L’Adunanza Plenaria ha rimeditato e ribaltato un precedente orientamento del Consiglio di Stato, che in numerosi arresti aveva ritenuto legittima l’esclusione da un qualsiasi anno di corso degli studenti di università estere, che non avessero superato la prova selettiva di primo accesso, eludendo con corsi di studio avviati all’estero la normativa nazionale, e ciò in quanto la disciplina recante la programmazione a livello nazionale degli “accessi” non farebbe distinzioni fra il primo anno di corso e gli anni successivi (art. 1, comma 1, e 4 della legge 2 agosto 1999, n. 264, in rapporto alle previsioni del d.m. 22 ottobre 2004, n. 270, recante il regolamento sull’autonomia didattica degli atenei).
Secondo la pregressa giurisprudenza del giudice amministrativo, il rilascio di nulla osta al trasferimento da atenei stranieri e l’iscrizione agli anni di corso successivi al primo avrebbero comunque richiesto il previo superamento della prova nazionale di ammissione prevista dall’art. 4 citato (ai fini, appunto, della “ammissione”), sia per l’immatricolazione al primo anno accademico, sia per l’iscrizione ad anni successivi in conseguenza del trasferimento.
3.3.2. L’Adunanza Plenaria ha, appunto, rimeditato tale orientamento evidenziando che:
i) “a livello di normazione primaria e secondaria, le uniche disposizioni in materia di trasferimenti si rinvengono ai commi 8 e 9 dell’art. 3 del D.M. 16 marzo 2007 in materia di “Determinazione delle classi di laurea magistrale”, che, senz’alcun riferimento a requisiti per l’ammissione, disciplinano il riconoscimento dei crediti già maturati dallo studente”, nel senso che (art. 8) saranno i regolamenti didattici ad assicurare il riconoscimento del maggior numero possibile dei crediti già maturati dallo studente, secondo criteri e modalità previsti dal regolamento didattico del corso di laurea di destinazione, anche ricorrendo eventualmente a colloqui per la verifica delle conoscenze effettivamente possedute, e motivando adeguatamente sul mancato riconoscimento.
ii) Per contro, l’art. 4 della legge 2 agosto 1999, n. 264 subordina l’ammissione ai corsi i cui accessi sono programmati a livello nazionale (art. 1) o dalle singole università (art. 2) al “previo superamento di apposite prove di cultura generale, sulla base dei programmi della scuola secondaria superiore, e di accertamento della predisposizione per le discipline oggetto dei corsi medesimi”.
iii) Sebbene la norma non riferisca espressamente la locuzione “ammissione” al solo “primo accoglimento dell’aspirante nel sistema universitario, a rendere sicuramente preferibile e privilegiata tale interpretazione può valere, nell’àmbito del corpus complessivo delle norme concernenti l’accesso ai corsi di studio universitari, l’art. 6 del D.M. 22 ottobre 2004, n. 270, che, nell’indicare i “requisiti di ammissione ai corsi di studio”, fa esclusivo riferimento, ai fini della ammissione ad un corso di laurea (di primo livello o magistrale: vedansi i commi dall’1 al 3), al “possesso del diploma di scuola secondaria superiore”, ch’è appunto il titolo imprescindibile previsto per l’ingresso nel mondo universitario; il che rende palese che quando il legislatore fa riferimento alla ammissione ad un corso di laurea, intende riferirsi appunto allo studente e solo allo studente) che chieda di entrare e sia accolto per la prima volta nel sistema.
La citata decisione plenaria fa anche notare che il decreto ministeriale di riferimento, nel definire modalità e contenuti delle prove di ammissione ai corsi di laurea ad accesso programmato a livello nazionale, usa indifferentemente i termini “ammissione” ed “immatricolazione”, laddove è ben noto che il termine “ immatricolazione” è comunemente riferito, nello stesso linguaggio ufficiale del Ministero dell’Istruzione, allo studente, che si iscriva al primo anno di corso e che dunque sia un “novizio” dell’istituzione universitaria;
Ma ciò che più è determinante, ad avviso del collegio, è il passaggio nel quale l’Adunanza Plenaria evidenzia che “ se i contenuti della prova di ammissione di cui all’art. 4 della legge 2 agosto 1999, n. 264 devono far riferimento ai programmi della scuola secondaria superiore, è evidente che la prova è rivolta a coloro che, in possesso del diploma rilasciato da tale scuola (v. il già citato art. 6 del D.M. n. 270/2004), intendono affrontare gli studi universitari, in un logico continuum temporale con la conclusione degli studi orientati da quei programmi e dunque ai soggetti che intendono iscriversi per la prima volta al corso di laurea, sulla base, appunto, del titolo di studio acquisito e delle conoscenze ad esso sottostanti”.
A tal proposito, nell’allegato “A” al D.M. 28 giugno 2012 (che era il decreto coinvolto nella vicenda oggetto del giudizio rimesso all’Adunanza plenaria) era previsto che “le conoscenze e le abilità richieste fanno comunque riferimento alla preparazione promossa dalle istituzioni scolastiche che organizzano attività educative e didattiche coerenti con i Programmi Ministeriali”, dal che ne risultava evidente “il riferimento della norma ad un accertamento da eseguirsi al momento del passaggio dello studente dalla scuola superiore all’università e dunque la dichiarata funzione alla quale la prova risponde: verificare la sussistenza – nello studente che aspira ad essere ammesso al sistema universitario – di requisiti di cultura pre-universitaria”.
In sostanza, “ se la prova stessa è volta ad accertare la predisposizione per le discipline oggetto dei corsi, è vieppiù chiaro che tale accertamento ha senso solo in relazione ai soggetti che si candidano ad entrare da discenti nel sistema universitario, mentre per quelli già inseriti nel sistema (e cioè già iscritti ad università italiane o straniere) non si tratta più di accertare, ad un livello di per sé presuntivo, l’esistenza di una predisposizione di tal fatta, quanto piuttosto, semmai, di valutarne l’impegno complessivo di apprendimento (v. art. 5 del D.M. n. 270/2004) dimostrato dallo studente con l’acquisizione dei crediti corrispondenti alle attività formative compiute; non a caso, allora, i già richiamati commi 8 e 9 dell’art. 3 del D.M. 16 marzo 2007 danno rilievo esclusivo, in sede ed ai fini del trasferimento degli studenti da un’università ad un’altra, al riconoscimento dei crediti già maturati dallo studente, “secondo criteri e modalità previsti dal regolamento didattico del corso di laurea magistrale di destinazione”.
3.3.3. A parere del collegio, è evidente che le considerazioni lucidamente esposte dall’Adunanza Plenaria non possono che avere riguardo al sistema universitario considerato nel suo complesso, e non possono restare circoscritte – come sostenuto dalla parte intervenuta – ai limitati casi di laureati provenienti da università straniere, pena la violazione di basilari principi costituzionali in materia di diritto allo studio e di eguaglianza tra soggetti coinvolti nelle medesime situazioni.
Il punto fermo di tali considerazioni, infatti, è che il test d’ingresso abbia valore esclusivamente per la verifica dei requisiti di cultura generale preuniversitaria e non costituisca un sistema di contingentamento del numero degli ammessi ai corsi fine a se stesso.
Per queste ragioni, così come esso non può essere utilizzato per limitare il passaggio di studenti già immatricolati da università straniere a università italiane, parimenti non è legittimo utilizzarlo quale barriera preclusiva, per impedire l’iscrizione di studenti già laureati, dovendo rimettersi all’ateneo la valutazione in ordine al valore da attribuire agli esami sostenuti e, in finale, alla collocazione dello studente.
All’Università, così come all’Associazione docenti intervenuta a sostegno delle ragioni dell’Ateneo, sfugge la circostanza, pure ribadita nella citata decisione, che “la ratio del sistema disegnato dall’art. 4 della legge n. 264/1999 è quella di far sì che l’accesso (ed il proseguimento nella formazione universitaria) ai corsi di laurea a numero programmato sia caratterizzato dal perseguimento di alti standards formativi”, sicché l’ulteriore modalità di selezione del cd. test di ingresso anche per le iscrizioni ad anni diversi dal primo, predicata dalla tesi restrittiva e fatta propria delle odierne resistenti, “non risulta strettamente necessaria ai fini del raggiungimento degli obiettivi perseguiti, dal momento che la capacità dei candidati provenienti da università straniere ed interessati al trasferimento per tali anni ben può essere utilmente accertata, così come avviene per i candidati al trasferimento provenienti da università nazionali, mediante un rigoroso vaglio, in sede di riconoscimento dei crediti formativi acquisiti presso l’università straniera in relazione ad attività di studio compiute, frequenze maturate ed esami sostenuti, della qualificazione dello studente, il cui assoggettamento ad una prova di ammissione (richiesta, come s’è visto, dall’ordinamento nazionale solo riguardo alle immatricolazioni) non risulterebbe congruo rispetto all’obiettivo di garanzia di una elevata qualità dell’istruzione universitaria nazionale”.
È evidente l’equiparazione, sotto questo profilo, della ratio della decisione sia per coloro che provengono da Università nazionali, sia per coloro che provengono da università estere; sotto questo aspetto, pertanto, anche se il caso dal quale è scaturita la decisione della Plenaria aveva riguardo agli studenti iscritti presso università straniere, aspiranti alla immatricolazione in Italia, non può cambiare nulla laddove la richiesta provenga da studente iscritto in Italia ed aspirante alla immatricolazione presso altro corso di laurea, tanto più se il soggetto in questione è già laureato e chieda l’iscrizione ad altro corso, senza effettuazione del test di ingresso e previa valutazione degli esami sostenuti.
Infatti, una volta circoscritto il ruolo del test preselettivo a quello di strumento di valutazione della cultura preuniversitaria dello studente ed escluso il suo ruolo di mezzo di contingentamento del numero degli iscritti, è l’Università ad avere in mano il potere valutativo in relazione ai titoli esibiti dal richiedente.
3.3.4. Tali considerazioni consentono di far emergere in tutta evidenza la contraddittorietà dell’attività dell’Ateneo resistente laddove ha deciso di negare l’iscrizione, ad anni successivi al primo, all’odierno ricorrente, appellandosi a una normativa che non prevedeva l’obbligatorietà incondizionata del test preselettivo per le iscrizioni ad anni successivi al primo, ma che, per contro, avrebbe certamente consentito all’università ampi margini di valutazione in ordine al valore da attribuire ai singoli esami sostenuti: margini di valutazione che
[l’Università resistente], mediante la decisione assunta, ha di fatto negato a se stessa.
È la stessa Adunanza Plenaria a descrivere, in un passaggio, tali prerogative, affermando che sarà l’ateneo che:
– stabilirà le modalità di valutazione dell’offerta potenziale dell’ateneo ai fini della determinazione, per ogni anno accademico ed in relazione ai singoli anni di corso, dei posti disponibili per trasferimenti, sulla base del rispetto imprescindibile della ripartizione di posti effettuata dal Ministero negli anni precedenti per ogni singola coorte al quale lo studente trasferito dovrebbe essere aggregato e delle intervenute disponibilità di posti sul plafond di ciascuna coorte;
– nell’àmbito delle disponibilità per trasferimenti stabilirà le modalità di graduazione delle domande;
– fisserà criteri e modalità per il riconoscimento dei crediti, anche prevedendo “colloqui per la verifica delle conoscenze effettivamente possedute” (art. 3, comma 8, del D.M. 16 marzo 2007);
– in tale àmbito determinerà i criteri, con i quali i crediti riconosciuti (in termini di esami sostenuti ed eventualmente di frequenze acquisite) si tradurranno nell’iscrizione ad un determinato anno di corso, sulla base del rispetto dei requisiti previsti dall’ordinamento didattico della singola università per la generalità degli studenti ai fini della iscrizione ad anni successivi al primo, con particolare riguardo alla eventuale iscrizione come “ripetenti” ed all’ipotesi, sottolineata dall’ordinanza di rimessione, in cui “lo studente in questione non ha superato alcun esame e conseguito alcun credito” (…) od all’ipotesi in cui lo studente abbia superato un numero di esami in numero tale da non potersi ritenere idoneo che alla sua iscrizione al solo primo anno, ai fini della quale, peraltro, non potrà che affermarsi il suo obbligo di munirsi del requisito di ammissione di cui all’art. 4 della legge n. 264/1999.
In conclusione, secondo l’Adunanza Plenaria:
i) il superamento del test può essere richiesto per il solo accesso al primo anno di corso e non anche nel caso di domande d’accesso dall’esterno direttamente ad anni di corso successivi al primo;
ii) in tal caso, il principio regolante l’iscrizione è unicamente quello del riconoscimento dei crediti formativi, con la conseguenza che gli studenti provenienti da altra università italiana o straniera, che presso la stessa non abbiano conseguito alcun credito o che pur avendone conseguiti non se li siano poi visti riconoscere in assoluto dall’università italiana presso la quale aspirano a trasferirsi, ricadranno nella stessa situazione degli aspiranti al primo ingresso;
iii) la necessità o meno del superamento della prova preselettiva prevista per l’accesso al primo anno di corso quale condizione per il trasferimento, onde evitare gravi inconvenienti che deriverebbero dalla affermazione della inapplicabilità ai “trasferimenti” dalle università, tanto più se di altro Stato comunitario, del requisito del superamento della prova di accesso prevista dall’art. 4 della legge n. 264/1999 ( legati alla creazione di un processo di emigrazione verso università comunitarie aggirando la normativa sull’esame di ammissione ), non è condizione sufficiente per interpretare la normativa nazionale e sovranazionale di riferimento in senso programmaticamente “antielusivo”, sia in quanto – come visto – l’art. 4 della legge n. 264/1999 è applicabile ai soli fini dell’immatricolazione e della frequenza al primo anno di corso, sia in quanto la normativa statale e comunitaria “tende a garantire la mobilità di studenti e laureati attraverso procedure di riconoscimento non solo di titoli, ma anche dei “cicli e periodi di studio svolti all’estero … ai fini … del proseguimento degli studi universitari”, la cui competenza è demandata alle “Università … che la esercitano nell’ambito della loro autonomia” (art. 2 legge n. 148/2002 ); garanzia, questa, che sarebbe gravemente ostacolata, senza alcuna giustificazione adeguata, dalla pretesa di negare la valutazione sul merito degli studi effettuati all’estero (ma il principio non può che valere anche per quelli effettuati in Italia) e quindi l’accesso universitario in mancanza del superamento di “apposite prove di cultura generale” dettate esclusivamente per gli studenti che chiedono di iscriversi al primo anno;
iv) “il problema “elusione”, e quello connesso “intransigenza/lassismo”, si risolvono invero non con la creazione di percorsi ad ostacoli volti ad inibire la regolare fruizione di diritti riconosciuti dall’ordinamento, ma predisponendo ed attuando un rigido e serio controllo, affidato alla preventiva regolamentazione degli Atenei, sul percorso formativo compiuto dallo studente che chieda il trasferimento provenendo da altro Ateneo; controllo che abbia riguardo, con specifico riferimento alle peculiarità del corso di laurea di cui di volta in volta si tratta, agli esami sostenuti, agli studi teorici compiuti, alle esperienze pratiche acquisite (ad es., per quanto riguarda il corso di laurea in medicina, attraverso attività cliniche), all’idoneità delle strutture e delle strumentazioni necessarie utilizzate dallo studente durante quel percorso, in confronto agli standards dell’università di nuova accoglienza. Peraltro, una generalizzata prassi migratoria (prima in uscita da parte degli studenti che non abbiano inteso sottoporsi o che non abbiano superato la prova nazionale di ammissione e poi in ingresso da parte degli stessi studenti che abbiano compiuto uno o più anni di studi all’estero) in qualche modo elusiva nel senso di cui sopra è da escludersi sulla base dell’indefettibile limite dei posti disponibili per il trasferimento, da stabilirsi in via preventiva per ogni anno accademico e per ciascun anno di corso dalle singole Università sulla base del dato concernente la concreta potenzialità formativa di ciascuna, alla stregua del numero di posti rimasti per ciascun anno di corso scoperti rispetto al numero massimo di studenti immatricolabili (non superiore alla offerta potenziale ch’esse possono sostenere) per ciascuno di quegli anni ad esse assegnato.
Siffatto limite (generalmente esiguo in quanto risultante da mancate iscrizioni degli idonei nelle selezioni di ammissione degli anni precedenti o da cessazioni degli studi o da trasferimenti in uscita) costituisce parametro di contrasto sufficientemente efficace rispetto al temuto movimento migratorio elusivo”.
3.4. A parere del collegio, in sostanza, le motivazioni dell’Adunanza Plenaria, seppur riferite esplicitamente al caso degli studenti iscritti in università straniere che vogliano iscriversi a università italiane il cui accesso è previsto come programmato e a numero chiuso, si attagliano perfettamente a soggetti che, come il ricorrente, già in possesso di una laurea, chiedano l’iscrizione (non il trasferimento) a un corso universitario ad accesso programmato, stante l’identità di ratio.
È evidente che sul punto esiste un vuoto normativo, nel senso che manca, allo stato, una disciplina che contemperi l’iscrizione dei (già) laureati alle facoltà a numero chiuso, ma la soluzione non può che essere la medesima fatta propria dell’Adunanza Plenaria, nel senso di ritenere che “quando il legislatore fa riferimento alla ammissione ad un corso di laurea, intende riferirsi appunto allo studente (e solo allo studente) che chieda di entrare e sia accolto per la prima volta nel sistema.”
A rigore logico, infatti, sarebbe del tutto irragionevole che un (già) laureato in medicina fosse costretto a sostenere un test per l’ammissione a una facoltà in molti casi praticamente analoga (che, nel caso concreto, per ammissione della stessa
[Università resistente], è esattamente la stessa facoltà), laddove se questo studente fosse anche solo iscritto a odontoiatria (ma non laureato) in uno Stato estero o anche in Italia potrebbe avere, alla luce della sentenza Ad.Pl. 1/2015, il riconoscimento degli esami.
3.4.1. Tali considerazioni sono in linea, invece, con la giurisprudenza di questa Sezione che, in materia di riconoscimento del diploma di massofiosioterapista, ha affermato che la discrezionalità dell’Ateneo di esprimere apprezzamento dei contenuti delle esperienze didattiche pregresse, ed ha ritenuto illegittimo, invece, negare ex ante qualsiasi rilievo nei confronti di diplomi espressamente considerati fra quelli chiamati al riconoscimento, solo perché sprovvisti di equipollenza.
La Sezione, in linea con precedenti del giudice di secondo grado, ha espressamente affermato che non si può subordinare la piena operatività dell’equipollenza tra i titoli ad una condizione (il superamento, appunto, dei test di ingresso) che né la legge n. 42 del 1999 né il d.m. 27 luglio 2000 prendono in alcun modo in considerazione, in quanto “ la ratio dei test di ingresso nelle Facoltà a numero chiuso di cui alla legge 2 agosto 1999, n. 264 è, in primo luogo, quella di accertare la predisposizione del candidato per le discipline oggetto dei corsi alla cui iscrizione ambisce.”
Tale preliminare verifica è stata ritenuta superflua, nel caso del riconoscimento del diploma di massofisioterapista ai fini dell’iscrizione al corso di laurea in Fisioterapia, considerati i contenuti del diploma in questione, il che è praticamente ciò che, con altre motivazioni, è sostenuto in relazione al caso oggetto del presente giudizio.
3.5. Fatte le suddette precisazioni, cadono le argomentazioni fatte proprie dalla difesa dell’intervenuta Associazione, che si basano su una sentenza del Consiglio di Stato emessa in data anteriore (2014) alla pubblicazione della decisione della Plenaria ed è comunque basata sui rapporti tra il D.p.r. 135/80, istitutivo della laurea in odontoiatria, e la legge 264/99 istitutiva del numero chiuso per alcune facoltà, ma non pertinente rispetto alle questioni sollevate nel ricorso.
4. Resta certamente fermo il potere valutativo, delle singole Università, in ordine al riconoscimento degli esami sostenuti e, conseguenzialmente, all’anno nel quale inserire l’iscrizione.
Tale potere, tuttavia, conformemente ai principi cui è informata l’attività amministrativa delle singole amministrazioni non può che essere esercitato sulla base di criteri previgenti, anche di tipo regolamentare e interno all’ateneo, evitandosi forme di valutazione del caso concreto che non si basino su presupposti normativi predeterminati.
4.1. Nel caso di specie, il ricorrente, con i motivi aggiunti, ha impugnato la delibera dell’11 luglio 2016 del Consiglio di CdLM in Odontoiatria e Protesi Dentaria, con la quale è stato ammesso al II anno del corso di laurea in odontoiatria con riconoscimento dei precedenti crediti ma subordinando il tutto alla valutazione dei programmi degli esami già sostenuti.
Il ricorrente lamenta la collocazione così fatta, per violazione dell’art. 31 del regolamento didattico dell’Università in relazione all’art. 5 comma 3 DM 509/1999, posto che il suddetto Regolamento non richiede tale previa valutazione per l’iscrizione di studenti provenienti da altre Università o in caso di passaggio di corso.
4.1.1. La tesi del ricorrente è corretta, in quanto, fermo restando il riconoscimento della potestà dell’ateneo di valutare il percorso didattico pregresso del richiedente, non può prescindersi dal rispetto della normativa regolamentare contenente i criteri ai quali l’ateneo deve uniformarsi.
Nel caso concreto, volendo ritenersi che l’Università abbia utilizzato, per analogia, l’art. 31 del regolamento didattico dell’Università in relazione all’art. 5 comma 3 DM 509/1999, e quindi la normativa relativa alle domande di trasferimento presso
[l’Università resistente] di studenti provenienti da altra Università e le domande di passaggio di Corso di Studio, si rileva che detta disposizione prevede l’approvazione da parte del Consiglio della Facoltà di destinazione, che valuta, sentito il parere del Consiglio del Corso di Studi interessato, l’eventuale riconoscimento totale o parziale della carriera di studio fino a quel momento seguita, con la convalida di esami sostenuti e crediti acquisiti, e indica l’anno di corso al quale lo studente viene iscritto e l’eventuale debito formativo da assolvere.
La disposizione non fa alcun riferimento ai programmi degli esami e quindi
[l’Università resistente], nel valutare il caso del ricorrente, si è arbitrariamente appropriata di contenuti non previsti.
Nel caso si volesse ritenere che la suddetta disposizione non può essere applicata per analogia, la situazione sarebbe ancora più grave, in quanto l’Università, come detto, può esercitare il potere di valutazione della carriera universitaria del richiedente solo sulla base del rispetto di criteri predeterminati, che è suo onere adottare e che, pertanto, nel caso di specie non lo sarebbero stati.
5. Per le suesposte ragioni il ricorso e i motivi aggiunti devono essere accolti, salvo gli ulteriori provvedimenti dell’Ateneo nel rispetto del contenuto ordinatorio prescrittivo della presente decisione
».

Daniele Majori – Avvocato e consulente aziendale

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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