Concessioni, Demanio

La rinuncia alla concessione demaniale marittima è ammissibile soltanto nei casi tassativamente indicati dall’art. 44 cod. nav.: 1) in caso di revoca parziale della concessione; 2) quando l’utilizzazione della concessione sia resa impossibile in parte, in conseguenza di opere costruite, per fini di pubblico interesse, dallo Stato o da altri enti pubblici.

(Tar Puglia, Bari, sez. III, 20 maggio 2016, n. 690)

«[E’] necessario muovere dall’art. 49 cod. nav. che dispone: quando venga a cessare la concessione, le opere non amovibili, costruite sulla zona demaniale, restano acquisite allo Stato, senza alcun compenso o rimborso, salva la facoltà dell’autorità concedente di ordinarne la demolizione con la restituzione del bene demaniale nel pristino stato.
La disposizione chiaramente individua nella cessazione del rapporto concessorio il presupposto della successiva restituzione del bene demaniale.
Ne consegue che la questione di fondo da dirimere è se sia ammissibile una rinuncia alla concessione tale da determinare la cessazione del rapporto concessorio e delle reciproche situazioni giuridiche delle parti.
L’art. 44 cod. nav. ammette l’estinzione della concessione per rinuncia del concessionario in due casi:
1) in caso di revoca parziale della concessione;
2) quando l’utilizzazione della concessione sia resa impossibile in parte in conseguenza di opere costruite per fini di pubblico interesse dallo Stato o da altri enti pubblici.
Nessuno dei presupposti legittimanti la rinuncia del concessionario, ai sensi della disposizione citata, è stato allegato dalla ricorrente.
Esclusa dunque la rilevanza ai fini del decidere dell’art. 44 cod. nav., occorre indagare se, come sostenuto dalla ricorrente, possano trovare applicazione i principi generali in materia di negozi abdicativi, che consentono di dismettere un diritto soggettivo da parte del titolare.
La tesi non può essere accolta.
Sotto il profilo formale vi si oppone la natura di legge speciale del codice della navigazione, desumibile dall’art. 1 che dispone: In materia di navigazione marittima, interna ed aerea, si applicano il presente codice, le leggi, i regolamenti, le norme corporative e gli usi ad essa relativi. Ove manchino disposizioni del diritto della navigazione e non ve ne siano di applicabili per analogia, si applica il diritto civile.
Si è detto che la rinuncia alla concessione trova la sua disciplina positiva nell’art. 44 cod. nav., il quale, nell’enunciare ipotesi tassative di ammissibilità della rinuncia, deroga evidentemente al diritto comune, in ragione degli elementi di specialità della fattispecie considerata.
Non è dunque predicabile in parte qua una lacuna nel codice della navigazione, che potrebbe, ai sensi dell’art. 1, consentirne un’integrazione ab externo, facendo ricorso ai principi di diritto comune in materia di rinuncia del diritto soggettivo, per l’altrettanto cogente principio secondo il quale la legge speciale, proprio perché pone una deroga alla legge generale, non può ritenersi incompleta laddove da essa si distingue, ma solo ove nulla disponga in merito ad un fatto giuridicamente rilevante e disciplinato da altre norme.
Sotto il profilo sostanziale la tesi esposta nei ricorsi non tiene conto della natura relativa del diritto cui la ricorrente ha inteso rinunciare.
Occorre premettere che le concessioni di beni pubblici, ancor più a seguito della conformazione in chiave convenzionale dell’istituto da parte del diritto comunitario, implicano la costituzione di un rapporto bilaterale complesso di natura contrattuale, il cui tratto peculiare risiede nei vincoli di scopo cui è soggetta l’autonomia negoziale del concedente, data la natura pubblica del bene, affinché ne sia assicurata la gestione nell’interesse generale, secondo quanto stabilito nella convenzione.
Con il rapporto concessorio il concessionario acquista pertanto un diritto speciale d’uso del bene demaniale specificamente conformato, cui si correla l’obbligo del concedente di garantirne l’esclusività.
E’ allora evidente che il diritto del concessionario – sebbene goda di tutela reale nei confronti dei terzi – nei rapporti con il concedente ha natura obbligatoria di diritto all’uso esclusivo del bene demaniale, tanto che nei confronti della p.a., che lo avesse concesso ad un altro, il concessionario potrebbe agire solo in via risarcitoria.
In generale la rinuncia ad un diritto di credito, che assume il nomen tipico di “remissione” e non richiede motivazioni – per questo il Collegio ritiene irrilevante la dedotta non remuneratività dell’attività economica connessa alla concessione – è efficace solo se il debitore non abbia dichiarato di non volerne profittare ex art. 1236 c.c.
Nel caso in decisione, non solo il comportamento della Regione ha il tenore di un patente rifiuto, ma è dirimente il fatto che la remissione comporta l’estinzione delle obbligazioni del debitore, non certo del titolo nel quale hanno fonte le stesse obbligazioni del remittente, che può venire meno solo per mutuo dissenso ex art. 1372 c.c.
E’ poi evidente, per quanto detto, che la stessa attività materiale di usare il bene demaniale è per il concessionario oggetto, ad un tempo, sia del diritto di trarne profitto, sia dell’obbligo di produrre l’utilità di interesse generale da cui deriva la natura pubblica del bene, come si desume dal regime della decadenza che ne sanziona il non uso, ai sensi dell’art. 47 cod. nav.
La stessa peculiare struttura del rapporto concessorio poi, da un lato spiega le ragioni della deroga posta alla disciplina generale della remissione, accolta nel codice della navigazione in materia di concessioni, dall’altro dimostra che la rinuncia della ricorrente all’uso esclusivo del bene demaniale non potrebbe comunque esonerarla dall’obbligo di farne uso per il tempo e nei modi convenuti
».

Daniele Majori – Avvocato e consulente aziendale

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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