Edilizia e urbanistica

Rilascio del permesso di costruire in deroga: l’art. 14 d.P.R. n. 380/2001 è applicabile anche agli interventi costruttivi privati funzionali al soddisfacimento delle finalità di interesse pubblico cui all’art. 5, comma 9, d.l. n. 70/2011 e la valutazione circa l’effettiva rispondenza dell’intervento costruttivo privato a tali finalità compete al consiglio comunale (e non all’organo dirigenziale).

(Tar Piemonte, sez. II, 29 gennaio 2016, n. 91)

«Con il provvedimento impugnato nel presente giudizio, il Comune […] ha dichiarato improcedibile l’istanza della società ricorrente volta a conseguire il rilascio del permesso di costruire per la realizzazione di un edificio residenziale in area a destinazione residenziale, con demolizione del preesistente fabbricato ad uso produttivo in stato di abbandono, sulla scorta dei seguenti passaggi logici:
– l’istanza è stata formulata ai sensi dell’art. 5 comma 9 del c.d. Decreto Sviluppo 13 maggio 2011 n. 70, al fine di beneficiare delle misure premiali ivi previste;
– l’art. 5 comma 9 del Decreto Sviluppo prevede l’approvazione, nei sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione, di specifiche leggi attuative da parte della Regione;
– decorsi 120 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione e sino all’entrata in vigore della normativa regionale, gli interventi di cui al citato art. 5 comma 9 possono essere autorizzati ai sensi dell’art. 14 del DPR n. 380/2001, il quale disciplina il permesso di costruire in deroga agli strumenti urbanistici;
– l’art. 14 del DPR 380/2001 prevede che il permesso di costruire in deroga agli strumenti urbanistici è rilasciato, previa deliberazione del consiglio comunale, esclusivamente per edifici ed impianti pubblici o di interesse pubblico;
– nel caso di specie, il progetto presentato dalla società ricorrente è relativo alla realizzazione di un edificio privato e in esso – secondo il Comune – “non risulta evidente l’interesse pubblico”;
– di conseguenza, l’istanza della ricorrente, essendo priva di tale condizione essenziale, è dichiarata improcedibile e non viene neppure sottoposta alla valutazione del consiglio comunale.
2. Ritiene il collegio che tale argomentazione si fondi su una erronea interpretazione del dato normativo.
2.1. L’art. 5 del D.L. 13 maggio 2011 n. 70 (c.d. Decreto Sviluppo, convertito in L. 12 luglio 2011, n. 106, entrata in vigore il 13 luglio 2013) si inserisce nell’ambito di una serie di misure adottate per la promozione dello sviluppo economico e della competitività e mira a rilanciare l’economia nel settore dell’edilizia privata, prevedendo una specifica disciplina premiante in favore degli interventi edilizi dei privati che mirano a perseguire gli obiettivi di razionalizzazione del patrimonio edilizio esistente, di riqualificazione di aree urbane degradate con presenza di funzioni eterogenee e di edifici a destinazione non residenziale dismessi o in via di dismissione ovvero da rilocalizzare.
2.2. Con tale obiettivo, il comma 9 dell’articolo in questione fissa i principi fondamentali ai quali il legislatore regionale dovrà attenersi nell’elaborare la propria disciplina in materia:
– in primo luogo, viene definito il contenuto della disciplina premiante in favore dei privati che intendono realizzare interventi di riqualificazione e razionalizzazione del patrimonio edilizio, prevedendo: il riconoscimento di una volumetria aggiuntiva rispetto a quella preesistente, la possibilità di delocalizzare le volumetrie, la possibilità di attuare modifiche di destinazione d’uso tra loro compatibili ed infine la possibilità di realizzare modifiche della sagoma necessarie per l’armonizzazione architettonica con gli organismi edilizi esistenti;
– in secondo luogo, viene sancita la immediata applicabilità delle disposizioni premianti in questione in caso di mancata adozione da parte delle regioni della specifica disciplina nel termine di 120 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione, con la precisazione che la volumetria aggiuntiva deve essere non superiore al venti per cento del volume dell’edificio se destinato ad uso residenziale o al dieci per cento della superficie coperta per gli edifici adibiti ad uso diverso;
– con riferimento al procedimento autorizzatorio, il legislatore statale prevede che, “sino all’entrata in vigore della normativa regionale”, trovi applicazione la disciplina autorizzatoria rafforzata di cui all’articolo 14 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, la quale richiede la previa deliberazione del consiglio comunale per il rilascio del “permesso di costruire in deroga agli strumenti urbanistici generali”;
– quest’ultima deliberazione costituisce, pertanto, un elemento necessario per il rilascio del permesso di costruire ai sensi dell’art.5, comma 9 e seguenti, del D.L. n. 70 del 2011;
– ciò si giustifica in base alla considerazione che, al pari del permesso di costruire in deroga disciplinato dall’art. 14 del d.p.r. n. 380/2001, il permesso di costruire rilasciato ai sensi dell’art.5, comma 9 e seguenti, del D.L. n.70 del 2011 determina una deroga alla disciplina ordinaria e alle previsioni degli strumenti urbanistici ed è pertanto un istituto di carattere eccezionale giustificato dalla necessità di soddisfare esigenze straordinarie rispetto agli interessi primari garantiti dalla disciplina urbanistica generale; in quanto tale, esso è applicabile esclusivamente entro i confini tassativamente previsti dal legislatore statale (quali ad es. l’inderogabilità degli standard urbanistici, la non attuabilità degli interventi di riqualificazione e aumenti di volumetria con riferimento ad edifici abusivi o situati nei centri storici o in area ad in edificabilità assoluta).
2.3. Questa particolare natura del permesso di costruire rilasciato ai sensi dell’art.5, comma 9 e seguenti, del D.L. n.70 del 2011, nonché l’espresso richiamo all’art. 14 del d.p.r. 380 del 2001 operato dall’art. 5 cit., comma 11, portano quindi ad escludere che l’autorizzazione in questione possa essere rilasciata secondo il procedimento ordinario, con la conseguenza che l’assenza della previa deliberazione del Consiglio comunale sul progetto presentato dal privato vizia il procedimento stesso (TAR Piemonte, sez. II, 10 luglio 2015, n. 1210; TAR Piemonte, sez. II, 28 novembre 2013, n. 1287; TAR Pescara, sez. I, 14 novembre 2014, n. 450; TAR Basilicata, 19 aprile 2014, n. 267).
2.4. D’altra parte, ad avviso del Collegio, la necessità della deliberazione del Consiglio comunale prima del rilascio da parte del dirigente competente del permesso di costruire in deroga previsto dall’art. 5, comma 9 e seguenti, del D.L. n.70 del 2011, si rivela coerente con le attribuzioni del consiglio comunale in materia di pianificazione urbanistica e territoriale (ed eventuale deroga ad essa) previste dall’art. 42, comma 2, lett. b) del d.lgs 18 agosto 2000, n. 267, trattandosi di interventi che incidono sulle disposizioni urbanistiche ordinarie.
2.5. Inoltre, la preventiva deliberazione del consiglio comunale consente a tale organo di valutare la sussistenza dell’interesse pubblico all’operazione e di verificare la effettiva rispondenza del progetto all’esigenza “di razionalizzazione del patrimonio edilizio esistente” e di “riqualificazione di aree urbane degradate”, e quindi di riscontrare se sussistono le condizioni per il riconoscimento della disciplina premiante in deroga alla disciplina urbanistica ordinaria (volumetria aggiuntiva, possibilità di delocalizzare la volumetria in area diversa, cambio di destinazione d’uso, modifiche alla sagome degli edifici).
2.6. In relazione all’interesse pubblico alla realizzazione dell’intervento, la modifica introdotta dalla norma qui in esame assume un rilievo del tutto particolare dal momento che, mentre per il rilascio del permesso in deroga previsto dal t.u. dell’edilizia il consiglio comunale deve effettuare una comparazione tra due interessi pubblici, cioè tra l’interesse alla realizzazione di un’opera pubblica e l’interesse alla corretta attuazione delle previsioni di piano, nel rilascio del permesso in deroga previsto dal decreto sviluppo la comparazione deve avvenire tra l’interesse pubblico al rispetto della pianificazione e quello del privato ad attuare un intervento costruttivo, che assume però rilievo pubblicistico nella misura in cui razionalizza e riqualifica aree degradate, con il solo limite che “si tratti di destinazioni tra loro compatibili e complementari”.
2.7. Va anche osservato che la normativa in esame, destinata originariamente ad avere un’efficacia limitata nel tempo (cioè “sino all’entrata in vigore della normativa regionale”), è stata oggi stabilmente introdotta nell’ordinamento con l’inserimento, ad opera del D.L. 12 settembre 2014, n. 133 (c.d. Decreto “sblocca Italia”), del comma 1-bis all’art. 14, che, come si legge nel testo modificato dalla legge di conversione 11 novembre 2014, n. 164, ha previsto, per la parte che qui interessa, che “per gli interventi di ristrutturazione edilizia, attuati anche in aree industriali dismesse, è ammessa la richiesta di permesso di costruire anche in deroga alle destinazioni d’uso, previa deliberazione del Consiglio comunale che ne attesta l’interesse pubblico, a condizione che il mutamento di destinazione d’uso non comporti un aumento della superficie coperta prima dell’intervento di ristrutturazione … “.
3. Tanto premesso in relazione all’inquadramento normativo della vicenda qui in esame, diventa agevole cogliere l’erroneità delle considerazioni sviluppate dal Comune
[…] nella motivazione del provvedimento impugnato, sotto tre concorrenti profili:
– in primo luogo, per aver ritenuto applicabile l’art. 14 DPR 380/2001 solo in relazione ad interventi costruttivi pubblici o di interesse pubblico, mentre invece esso è applicabile agli interventi costruttivi privati funzionali al soddisfacimento delle finalità di interesse pubblico cui all’art. 5 comma 9;
– in secondo luogo, per non aver considerato che l’intervento costruttivo rientrante nelle finalità di cui all’art. 5 comma 9 del Decreto Sviluppo assume di per sé un rilievo pubblicistico nella misura in cui razionalizza e riqualifica aree degradate, con il solo limite che “si tratti di destinazioni tra loro compatibili e complementari”;
– in terzo luogo, per non aver considerato che la valutazione circa la effettiva rispondenza dell’intervento costruttivo privato alle finalità di interesse pubblico di cui all’art. 5 comma 9 del Decreto Sviluppo compete al consiglio comunale e non all’organo dirigenziale, alla stregua dei principi di diritto sopra esposti.
4. Per contro, non può essere condivisa l’argomentazione della società ricorrente secondo cui nel caso di specie la deliberazione del consiglio comunale non sarebbe necessaria attesa la conformità della destinazione residenziale del nuovo edificio da costruire con l’attuale destinazione residenziale dell’area, dal momento che la valutazione rimessa dalla legge al consiglio comunale non è limitata alla verifica della compatibilità della destinazione in progetto con quella prevista dallo strumento urbanistico, ma si estende alla considerazione, più in generale, della effettiva rispondenza dell’intervento costruttivo alle finalità di recupero e di riqualificazione di intere aree urbane degradate.
5. Pertanto, alla luce di tutte le considerazioni fin qui svolte, il ricorso va conclusivamente accolto e per l’effetto va disposto l’annullamento del provvedimento impugnato ai fini di un motivato riesame dell’istanza della società ricorrente da parte del competente consiglio comunale
[…]».

Daniele Majori – Avvocato e consulente aziendale

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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