Processo amministrativo, Risarcimento del danno

La pretesa risarcitoria – ove non si sia verificato un mero disagio o fastidio – esige un’allegazione di elementi concreti e specifici da cui desumere, secondo un criterio di valutazione oggettiva, l’esistenza e l’entità del pregiudizio subito, che non può essere ritenuto sussistente in re ipsa, né è consentito l’automatico ricorso alla liquidazione equitativa.

(Tar Lazio, Roma, sez. II Quater, 29 gennaio 2014, n. 1161)

«Come è noto, in materia di risarcimento del danno, trova piena applicazione l’art. 2697 c.c., ora recepito anche dall’art. 64 c.p.a., in base al quale “chi vuol far valere un diritto in giudizio, deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento”.
In tema di responsabilità della p.a. da ritardo o da attività provvedimentale lesiva di interessi legittimi pretensivi il ricorrente ha l’onere di provare, secondo i principi generali, la sussistenza e l’ammontare dei danni dedotti in giudizio.
Infatti, la limitazione dell’onere della prova gravante sulla parte che agisce in giudizio, che caratterizza il processo amministrativo, si fonda sulla naturale ineguaglianza delle parti, connotante il rapporto amministrativo di natura pubblicistica intercorrente tra la parte privata e la p.a.; quindi , l’esigenza di un’attenuazione dell’onere probatorio a carico della parte ricorrente viene meno con riguardo alla prova dell’an e del quantum dei danni azionati in via risarcitoria, inerendo in siffatte ipotesi i fatti oggetto di prova alla sfera soggettiva della parte che si assume lesa, posto che le relative fonti di prova si trovano normalmente nella sfera di disponibilità dello stesso soggetto leso.
Nel caso di specie, rispetto ai danni patrimoniali, non è stata fornita alcuna prova specifica e in particolare circa la perdita di contributo
[della ricorrente]; sono stati allegati gli atti relativi ai contributi degli anni precedenti, ma non è stata indicata alcuna prova della effettiva perdita subita in conseguenza del mancato inserimento nella tabella.
Rispetto al danno alla immagine non è stata data la prova che il prestigio della
[ricorrente] sia stato leso dalla vicenda in esame.
In particolare per i danni non patrimoniali, in applicazione del c.d. criterio della vicinanza della prova, costituente principio regolatore della disciplina della distribuzione dell’onere della prova tra le parti processuali, grava dunque sulla parte ricorrente l’onere di dimostrare la sussistenza e l’ammontare dei danni non patrimoniali azionati in giudizio (Consiglio di Stato sez. IV, n.1750 del , 26/03/2012, cfr anche Consiglio Stato, sez. VI, 18 marzo 2011, n. 1672, per cui la pretesa risarcitoria – ove non si sia verificato un mero disagio o fastidio – esige un’allegazione di elementi concreti e specifici da cui desumere, secondo un criterio di valutazione oggettiva, l’esistenza e l’entità del pregiudizio subito, il quale non può essere ritenuto sussistente in re ipsa, né è consentito l’automatico ricorso alla liquidazione equitativa).
Le domande risarcitorie formulate devono quindi essere respinte
».

Daniele Majori – Avvocato Amministrativista – Roma

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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