Concessioni, Occupazione di suolo pubblico, Sanzioni amministrative

La misura (temporaneamente) interdittiva sostanziata dalla chiusura dell’esercizio commerciale – ex art. 3, comma 16, legge 15 luglio 2009, n. 94 – viene a colpire soltanto le violazioni consumate dall’occupazione di suolo pubblico “abusiva” (in assenza di titolo o, laddove sia stata rilasciata la concessione, in eccedenza rispetto alla superficie in essa contemplata e per la relativa porzione di suolo), ma non anche quelle che realizzino una “difformità” rispetto alle prescrizioni dettate dalla concessione stessa.

(Tar Lazio, Roma, sez. II Ter, 24 dicembre 2013, n. 11158)

«L’intimata Amministrazione ha irrogato la divisata sanzione in osservanza dell’art. 3, c. 16 della legge n. 94 del 2009 nonché delle ordinanza sindacali n. 258/2012 e 14/2013, secondo cui dalla violazione delle prescrizioni impartire nell’atto di concessione o.s.p. consegue la chiusura dell’esercizio, fino al pieno adempimento dell’ordine di ripristino, per un periodo non inferiore a cinque giorni.
Le disposizioni normative di cui l’Amministrazione ha fatto applicazione nel caso concreto hanno, dunque, attribuito all’autorità comunale il potere di ingiungere – in caso di occupazione abusiva del suolo pubblico – la chiusura dell’ esercizio commerciale.
Si tratta, evidentemente, di norme poste a tutela degli interessi della collettività ad impedire abusi nelle autorizzazioni amministrative (commerciali) e che regolano il potere amministrativo suscettibile di incidere su diritti soggettivi degradandoli ad interessi legittimi, la cui tutela non può che essere devoluta al giudice amministrativo secondo l’ordinario criterio di riparto della giurisdizione.
Nel merito, va osservato che la questione per cui è controversia è stata già portata di recente all’attenzione della Sezione (v. per tutte Tar Lazio, sez, II ter, sentenza n. 7931/2013).
Il Collegio non ravvede, nel caso di specie, motivi per cui discostarsi dalle argomentazioni di diritto sostenute nei propri precedenti giurisprudenziali.
Va, innanzi tutto, osservato che l’art. 20 del D.Lgs. 30 aprile 1992 n. 285 (Codice della Strada) prevede che:
– “nei centri abitati, ferme restando le limitazioni e i divieti di cui agli articoli ed ai commi precedenti, l’occupazione di marciapiedi da parte di chioschi, edicole od altre installazioni può essere consentita fino ad un massimo della metà della loro larghezza, purché in adiacenza ai fabbricati e sempre che rimanga libera una zona per la circolazione dei pedoni larga non meno di 2 m. Le occupazioni non possono comunque ricadere all’interno dei triangoli di visibilità delle intersezioni, di cui all’art. 18, comma 2. Nelle zone di rilevanza storico-ambientale, ovvero quando sussistano particolari caratteristiche geometriche della strada, è ammessa l’occupazione dei marciapiedi a condizione che sia garantita una zona adeguata per la circolazione dei pedoni e delle persone con limitata o impedita capacità motoria” (comma 3);
– “chiunque occupa abusivamente il suolo stradale, ovvero, avendo ottenuto la concessione, non ottempera alle relative prescrizioni, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 168 ad euro 674” (comma 4);
– “la violazione di cui ai commi 2, 3 e 4 importa la sanzione amministrativa accessoria dell’obbligo per l’autore della violazione stessa di rimuovere le opere abusive a proprie spese, secondo le norme del capo I, sezione II, del titolo VI” (comma 5).
L’art. 3, comma 16, della legge 15 luglio 2009 n. 94 ha, poi, stabilito che “fatti salvi i provvedimenti dell’autorità per motivi di ordine pubblico, nei casi di indebita occupazione di suolo pubblico previsti dall’articolo 633 del codice penale e dall’articolo 20 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive modificazioni, il sindaco, per le strade urbane, e il prefetto, per quelle extraurbane o, quando ricorrono motivi di sicurezza pubblica, per ogni luogo, possono ordinare l’immediato ripristino dello stato dei luoghi a spese degli occupanti e, se si tratta di occupazione a fine di commercio, la chiusura dell’esercizio fino al pieno adempimento dell’ordine e del pagamento delle spese o della prestazione di idonea garanzia e, comunque, per un periodo non inferiore a cinque giorni”.
Una prima considerazione, emergente dalla lettura delle riportate disposizioni, consente di affermare che:
– se il Codice della Strada (art. 20, comma 4) ricongiunge l’applicazione della prevista sanzione amministrativa pecuniaria non soltanto alle ipotesi di abusiva occupazione di suolo pubblico, ma anche alla diversa fattispecie della inosservanza delle prescrizioni contenute nel titolo concessorio,
– la successiva (ed integrativa) legge del 2009 ha esteso ai soli casi di “indebita occupazione di suolo pubblico previsti … dall’articolo 20 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285” l’irrogabilità della sanzione della chiusura dell’esercizio (fino all’adempimento dell’ordine ripristinatorio e, comunque, per un periodo non inferiore a giorni cinque).
La misura interdittiva di che trattasi viene, dunque, a colpire soltanto le violazioni consumate dall’occupazione di suolo pubblico “abusiva” (in assenza di titolo o, laddove sia stata rilasciata la concessione, in eccedenza rispetto alla superficie in essa contemplata e per la relativa porzione di suolo), ma non anche quelle che realizzino una “difformità” rispetto alle prescrizioni dettate dalla concessione stessa.
Deve, per l’effetto, escludersi che una corretta delimitazione dell’ambito applicativo della misura (temporaneamente) interdittiva sostanziata dalla chiusura dell’esercizio commerciale (per un periodo comunque non inferiore a giorni cinque), contempli anche la fattispecie dell’inosservanza delle prescrizioni inerenti al rilasciato titolo concessorio.
Se è infatti vero che il comma 16 dell’art. 3 della legge 94/2009 richiama, tout court, l’intero art. 20 del Codice della Strada, è altrettanto vero come la sanzione inibitoria di che trattasi viene da tale disposizione circoscritta alla sola fattispecie dell’“indebita” occupazione di suolo pubblico.
Va allora escluso che, in ossequio al principio di tassatività che assiste (l’interpretazione e) l’applicazione della norma sanzionatoria (di cui è espressione il fondamentale principio di cui al comma 2 dell’art. 1 della legge 24 novembre 1981 n. 689, per cui “le leggi che prevedono sanzioni amministrative si applicano soltanto nei casi e per i tempi in esse considerati”) consenta un’opzione ermeneutica attraverso la quale venga a realizzarsi quoad effectum (ai fini, cioè, dell’irrogazione della sanzione di che trattasi) la parificazione fra carenza (totale o parziale) del provvedimento concessorio ed inottemperanza alle relative prescrizioni
».

Daniele Majori – Avvocato Amministrativista – Roma

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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