Pubblico impiego, Risarcimento del danno

Sulla quantificazione per equivalente del danno in ipotesi di omessa o ritardata assunzione.

(Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, 3 dicembre 2012, n. 1058)

«[V]a condivisa la censura dell’Avvocatura dello Stato secondo cui il T.A.R. non ha dato alcuna rilevanza al fatto che il danneggiato, pur non svolgendo alcuna attività lavorativa, ha ottenuto gli stessi benefici economici di chi presta servizio.
Come costantemente osservato dalla giurisprudenza (cfr., di recente, C.d.S., sez. V, 30 giugno 2011, n. 3934), in sede di quantificazione per equivalente del danno in ipotesi di omessa o ritardata assunzione, questo non si identifica in astratto nella mancata erogazione della retribuzione e della contribuzione (elementi che comporterebbero una vera e propria restituito in integrum e che possono rilevare soltanto sotto il profilo, estraneo al presente giudizio, della responsabilità contrattuale), occorrendo, invece, caso per caso individuare l’entità dei pregiudizi di tipo patrimoniale e non patrimoniale che trovino causa nella condotta illecita del datore di lavoro.
Tanto premesso, va rilevato che se è vero che l’appellato ha ricevuto un pregiudizio per effetto del ritardo dell’assunzione, è altrettanto indubbio che nella valutazione del danno va considerato il vantaggio di non aver prestato il servizio. Ricevere la medesima retribuzione, senza considerare detta utilità, finirebbe per assicurare un ristoro eccedente il danno.
Pertanto, il danno risarcibile può essere quantificato equitativamente e, in applicazione del combinato disposto degli artt. 2056, commi 1 e 2, e 1226 cod. civ., determinato in una somma pari al 50% delle retribuzioni che sarebbero state corrisposte nel periodo decorrente dalla data della mancata assunzione a quella dell’effettivo collocamento in servizio, con ciò volendo tener conto del fatto che per tale lasso di tempo l’appellato non ha dovuto impegnare le proprie energie lavorative a favore dell’Amministrazione, potendo, invece, rivolgersi alla cura di altri interessi.
Sull’importo così determinato sono dovuti la rivalutazione monetaria e gli interessi legali, secondo la normativa vigente.
Va ugualmente dimezzata la quota di trattamento di fine rapporto, che sarebbe maturato a suo favore se fosse stato regolarmente assunto
».

Daniele Majori – Avvocato Amministrativista

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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