Accesso ai documenti, Ambiente, Pubblico impiego

E’ ormai totalmente accessibile ogni informazione concernente l’organizzazione amministrativa, ivi comprese dunque le notizie sulla salubrità e l’adeguatezza dei luoghi di lavoro, anche in vista dell’ottimale rendimento del lavoratore, in diretta relazione al buon andamento dell’Amministrazione (nel caso di specie, la domanda di accesso riguardava dati detenuti dall’Amministrazione inseriti nel documento di verifica del rischio-amianto).

(Tar Abruzzo, L’Aquila, sez. I, 12 luglio 2012, n. 467)

«[L]a normativa sull’accesso ai documenti amministrativi riveste una portata generalizzata che non tollera inibizioni applicative in virtù di disposizioni speciali, le quali –al contrario- potranno esprimere il loro vigore compatibilmente con il rispetto delle garanzie assicurate dagli artt. 22 e segg. legge 241/90. In particolare, il comma 2 della predetta legge è chiaro nell’elevare l’accesso agli atti pubblici (in virtù delle sue rilevanti finalità di pubblico interesse) a “principio generale dell’attività amministrativa al fine di favorire la partecipazione e di assicurarne l’imparzialità e la trasparenza”, relegando la non accessibilità a fattispecie eccezionali e tipizzate all’interno delle esimenti ex art. 24 commi 1, 2, 3, e 4 (fra le quali non rientra la materia in odierna vertenza).

Vale anche rilevare che in seguito alla nuova accezione di trasparenza introdotta dall’art. 11 del d.lg.vo 150/2009, quest’ultima costituisce livello essenziale delle prestazioni pubblicistiche ai sensi dell’art. 117 secondo comma lettera m) della costituzione, ed è ormai da intendere come “accessibilità totale” di ogni informazione concernente l’organizzazione amministrativa (ivi comprese dunque le notizie sulla salubrità e l’adeguatezza dei luoghi di lavoro, anche in vista dell’ottimale rendimento del lavoratore, in diretta relazione al buon andamento dell’amministrazione).

Senza oltre considerare che non sussiste affatto quel rapporto di specialità invocato dalla PA resistente che condurrebbe all’applicazione della legislazione giuslavoristica in luogo della legge “generale” sul procedimento amministrativo.

In realtà la normativa invocata dall’amministrazione intimata riguarda ogni rapporto di lavoro subordinato, laddove nella vertenza in esame trattasi di rapporti di lavoro alle dipendenze di un’amministrazione pubblica (nell’accezione estensiva prevista dall’art. 23 legge 241/90) che in quanto tale rimane specificamente tenuta all’accesso, anche per atti di diritto di privato se di riverbero con il pubblico interesse.

Né ovviamente possono valorizzarsi in questa sede problematiche di incostituzionalità basate su eventuali disparità di trattamento del legislatore fra dipendenti di enti privati e quelli di enti pubblici (a danno dei primi, per i quali non rileverebbero gli artt. 22 e segg. legge 241/90 per l’accesso agli atti datoriali), visto che, nella specie, i soggetti che potrebbero ritenersi penalizzati sono estranei al giudizio.

Tra l’altro è opportuno puntualizzare che la funzione del rappresentante dei lavoratori va ben oltre la cognizione (più o meno riservata) delle misure organizzatorie in concreto deliberate per il rispetto dell’art. 2087 c.c. nel luogo di lavoro, poiché -ai sensi del decreto legislativo 626/1994- tale organo rappresentativo deve essere sempre previamente informato e consultato sulla valutazione dei rischi, con autonomi poteri propositivi mirati, più in generale, a sovrintendere e controllare in tempo reale ogni processo decisionale del datore inerente alla sicurezza del posto di lavoro. Vuole dirsi pertanto che la legge 241/90 incide sulla diretta cognizione degli atti datoriali già formati, ma non deroga al ruolo istituzionale del RLS quale organo di rappresentanza dei lavoratori, chiamato comunque alla esclusiva e qualificata interlocuzione con il datore di lavoro, anche sulla scelta delle modalità mirate a garantire la sicurezza.

Tra l’altro, per ciò che concerne il dato relativo alla eventuale contaminazione e/o concentrazione nell’aria della polvere di amianto, ritiene il collegio che (a prescindere dalle considerazioni che saranno successivamente esternate sull’informazione ambientale) una lettura costituzionalmente orientata delle normative poste a base del diniego impugnato non avrebbe affatto imposto, per i lavoratori alle dipendenze di enti privati, un accesso canalizzato in capo al solo RLS; un conto è infatti il documento di valutazione dei rischi (DVR) complessivamente inteso, altro conto sono eventuali dati e notizie in esso contenuti che danno obiettiva contezza di insalubrità ambientali o di rischi di contaminazione; questi ultimi possono e devono essere, ove del casi, estrapolati dal documento e resi noti ai lavoratori (anche alle dipendenze di enti privati) che ne facciano richiesta, e ciò per assicurare loro il diritto di conoscere il grado di sicurezza su cui possono contare nell’adempiere alla quotidiana prestazione di lavoro (in primis, in termini di salute a lunga o media scadenza); così anche le norme del decreto legislativo 6.2.2007 di attuazione della direttiva 2002/14/CE (citate dall’amministrazione per evidenziare i potenti obblighi di riservatezza cui sarebbero tenuti i Rappresentanti dei Lavoratori) non possono intendersi ostative alle doverose divulgazioni di cui sopra. In particolare l’articolo 5 prevede che tali rappresentanti “non sono autorizzati a rivelare né ai lavoratori né ai terzi informazioni che siano state loro espressamente fornite in via riservata e qualificate come tali dal datore di lavoro o dai suoi rappresentanti, nel legittimo interesse dell’impresa”; ora rimane evidente che fra le informazioni che l’imprenditore potrebbe “segretare” non è il alcun modo riconducibile l’eventuale dato sulla salubrità o sui rischi di salubrità dell’ambiente di lavoro, in linea con basilari principi del nostro ordinamento costituzionale afferenti, non solo alla tutela della salute, ma alla tutela più in generale della stessa dignità del lavoratore.

Per completezza (e comunque a sostegno di quanto appena detto) va inoltre rilevato che la richiesta ad exhibendum azionata dal ricorrente si colloca per di più all’interno dell’informazione ambientale disciplinata dal decreto legislativo 195/2005 (destinata ex art. 3 comma 1, ad essere resa “a chiunque ne faccia richiesta, senza che questi debba dichiarare il proprio interesse”).

[…]

Né in senso contrario all’accesso potrebbe invocarsi il rapporto contrattuale che lega il ricorrente all’amministrazione (magari richiamando le conseguenti regole giuslavoristiche di settore che diversamente disciplinano il controllo sul rispetto datoriale dell’art. 2087 c.c.).

La legittimazione ad ottenere i dati ambientali richiesti risulta infatti semmai rinforzata e non certo svilita dal fatto che nella vicenda in questione il richiedente non è un quisque de populo, ma un lavoratore che presta servizio all’interno delle strutture a rischio contaminazione, visto tra l’altro che la stessa PA intimata nulla ha controdedotto in ordine alla possibile esistenza di tali rischi.

In conclusione, il ricorso trova accoglimento e per l’effetto –una volta annullato l’illegittimo diniego- si condanna l’amministrazione intimata a consentire l’accesso alla richiesta documentazione, relativa al rischio-amianto nel luogo di lavoro del ricorrente».

Daniele Majori – Avvocato Amministrativista in Roma

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

Discussione

I commenti sono chiusi.

Categorie

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.