Giustizia amministrativa, Risarcimento del danno

Il Tar Campania applica la regola della non risarcibilità dei danni evitabili con l’impugnazione del provvedimento e con la diligente utilizzazione degli altri strumenti di tutela previsti dall’ordinamento, oggi sancita dall’art. 30, comma 3, c.p.a..

(Tar Campania, Napoli, sez. IV, 15 marzo 2012, n. 1290)

«Acclarata l’illegittimità del provvedimento di declaratoria di decadenza, si deve passare al consequenziale scrutinio della domanda risarcitoria inerente ai danni prodotti dal suddetto provvedimento.
A parere del Collegio sussistono, in linea teorica, tutti i presupposti per il riconoscimento di una responsabilità per danni da parte dell’Amministrazione universitaria.
Trattasi, difatti, di responsabilità contrattuale, in quanto l’Università è incorsa nella violazione di un obbligo sorto nell’ambito di un rapporto specifico istaurato tra la stessa e lo studente, a seguito dell’iscrizione al corso d studi.
Tale osservazione implica, quindi, l’inutilità di qualsiasi ulteriore indagine specificamente rivolta a verificare l’esistenza della colpa della pubblica amministrazione (T.A.R. Campania Napoli, Sez. VIII, 16.12.2011, n.5863).
Viene, però, in rilievo la circostanza che parte ricorrente non ha tempestivamente impugnato il provvedimento di decadenza e, di conseguenza, si pone la questione dell’applicabilità del generale principio previsto nell’art. 1227 cod. civ., secondo cui non è dovuto il risarcimento che la parte avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza, ormai legislativamente consacrato per il processo amministrativo dall’art. 30, comma 3, del c.p.a..
Non si pone difatti un problema di ammissibilità della domanda risarcitoria, in quanto, ormai sopite le dispute giurisprudenziali e dottrinali sulla questione della pregiudizialità della domanda di annullamento, si è riconosciuta la natura autonoma delle due azioni e l’esperibilità dell’actio damni indipendentemente da quella per l’annullamento (Cons. Stato, Ad. Plen., sentenza 23 marzo 2011 n. 3; T.A.R. Lombardia Milano, sez. II, 23 giugno 2010 , n. 2212; Cons. giust. amm. Sicilia, sez. giurisd., 14 dicembre 2009 n. 1188).
Al riguardo, come indicato dall’Adunanza Plenaria, sentenza 23 marzo 2011 n. 3, il legislatore, con il codice del processo amministrativo, ha mostrato di non condividere la tesi della pregiudizialità pura di stampo processuale al pari di quella della totale autonomia dei due rimedi, approdando ad una soluzione che, non considerando l’omessa impugnazione quale sbarramento di rito, aprioristico ed astratto, valuta detta condotta come fatto concreto da apprezzare, nel quadro del comportamento complessivo delle parti, per escludere il risarcimento dei danni evitabili per effetto del ricorso per l’annullamento. E tanto sulla scorta di una soluzione che conduce al rigetto, e non alla declaratoria di inammissibilità, della domanda avente ad oggetto danni che l’impugnazione, se proposta nel termine di decadenza, avrebbe consentito di scongiurare.
La mancata promozione della domanda impugnatoria, quindi, non pone un problema di ammissibilità della domanda risarcitoria ma è idonea ad incidere sulla fondatezza della stessa.
L’art. 30, comma 3, del codice del processo amministrativo, nel prevedere che nel determinare il risarcimento, “il giudice valuta tutte le circostanze di fatto e il comportamento complessivo delle parti e, comunque, esclude il risarcimento dei danni che si sarebbero potuti evitare usando l’ordinaria diligenza, anche attraverso l’esperimento degli strumenti di tutela previsti”, pur non evocando in modo esplicito il disposto dell’art. 1227, comma 2, del codice civile, afferma che l’omessa attivazione degli strumenti di tutela previsti costituisce, nel quadro del comportamento complessivo delle parti, dato valutabile, alla stregua del canone di buona fede e del principio di solidarietà, ai fini dell’esclusione o della mitigazione del danno evitabile con l’ordinaria diligenza. Di qui la rilevanza sostanziale, sul versante prettamente causale, dell’omessa o tardiva impugnazione come fatto che preclude la risarcibilità di danni che sarebbero stati presumibilmente evitati in caso di rituale utilizzazione dello strumento di tutela specifica predisposto dall’ordinamento a protezione delle posizioni di interesse legittimo onde evitare la consolidazione di effetti dannosi.
La regola della non risarcibilità dei danni evitabili con l’impugnazione del provvedimento e con la diligente utilizzazione e degli altri strumenti di tutela previsti dall’ordinamento, oggi sancita dall’art. 30, comma 3, del codice del processo amministrativo, è ricognitiva di principi già evincibili alla stregua di una interpretazione evolutiva del capoverso dell’articolo 1227 c.c.
Tale regola è applicabile pertanto anche alle azioni risarcitorie proposte prima dell’entrata in vigore del codice del processo amministrativo, essendo espressione, sul piano teleologico, del più generale principio di correttezza nei rapporti bilaterali, mirando a prevenire comportamenti opportunistici che intendano trarre occasione di lucro da situazioni che hanno leso in modo marginale gli interessi dei destinatari tanto da non averli indotti ad attivarsi in modo adeguato onde prevenire o controllare l’evolversi degli eventi (cfr., per ulteriori applicazioni del principio di causalità ipotetica, artt. 1221, comma 1 e 1805, comma 2 c.c., 369 cod. nav.).
La scelta di non avvalersi della forma di tutela specifica e non (comparativamente) complessa che, grazie anche alle misure cautelari previste dall’ordinamento processuale, avrebbe plausibilmente (ossia più probabilmente che non) evitato, in tutto o in parte il danno, integra violazione dell’obbligo di cooperazione, che spezza il nesso causale e, per l’effetto, impedisce il risarcimento del danno evitabile.
Detta omissione, apprezzata congiuntamente alla successiva proposizione di una domanda tesa al risarcimento di un danno che la tempestiva azione di annullamento avrebbe scongiurato, rende configurabile un comportamento complessivo di tipo opportunistico che viola il canone della buona fede e, quindi, in forza del principio di auto-responsabilità cristallizzato dall’art. 1227, comma 2, c.c., implica la non risarcibilità del danno evitabile.
Nel caso di specie la tempestiva impugnativa del provvedimento di decadenza illegittimo avrebbe avuto l’effetto, unitamente con la richiesta di una misura cautelare, se non di eliminare totalmente il danno quantomeno di ridimensionarlo fortemente.
Sarebbero stati ragionevolmente evitati i pesanti pregiudizi dedotti da parte ricorrente nella perdita dell’intera carriera universitaria, con necessità di affrontare nuovamente i test d’ingresso e ricominciare da capo il corso di studi in Medicina e Chirurgia presso la Seconda Università degli studi di Napoli e la compromissione della chance di conseguire prima un diploma di laurea universitario.
A quest’ultimo proposito il Collegio evidenzia come parte ricorrente abbia effettivamente poi continuato il suo iter di studi universitari sostenendo (o meglio probabilmente risostenendo) diversi esami del primo anno, per cui si deve ragionevolmente presumere che la stessa avrebbe continuato il suo percorso universitario anche presso l’Università resistente.
Ciò anche tenuto conto che in senso contrario depone, invece il basso numero di esami sostenuti (sette) nei precedenti sette anni di iscrizione.
La tempestiva impugnativa avrebbe evitato, quindi, il danno patrimoniale derivante dalla perdita di quanto corrisposto per le iscrizioni al vecchio ed la nuovo corso di studi e dalla perdita di chance valutata dal punto di vista prettamente economico, così come avrebbe presumibilmente evitato, in gran parte, il danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. (comprensivo del danno morale ed esistenziale) derivante dalla decadenza della carriera universitaria e la necessità di iniziare da capo gli studi perdendo la validità degli esami sostenuti e dovendosi reiscrivere ad una nuova università.
Residua però una parte di danno non patrimoniale (nel senso indicato) che non sarebbe stata plausibilmente evitata neanche con l’impugnativa del provvedimento gravato e che il Collegio ritiene di poter risarcire, stante l’attinenza della situazione giuridica lesa con il diritto allo studio costituzionalmente garantito, quantificandolo equitativamente ai sensi dell’art. 1226 cod. civ. in euro 5.000,00 (cinquemila)
».

Daniele Majori – Avvocato Amministrativista in Roma

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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