Atto amministrativo, Giustizia amministrativa, Procedimento amministrativo

Integrazione postuma della motivazione, comunque, a raggio ridotto.

(Tar Campania, Napoli, sez. III, 4 ottobre 2011, n. 4627)

«In disparte la questione della eventuale ammissibilità, dopo l’introduzione dell’art. 21-octies nella legge n. 241 del 1990 ad opera della legge n. 15 del 2005, dell’integrazione postuma della motivazione del provvedimento (pur negata da cospicua giurisprudenza recente), il Collegio rileva che, in ogni caso, anche a voler ammettere in ipotesi tale possibilità, essa andrebbe comunque contenuta entro limiti precisi, di carattere logico, ancor prima che giuridico: la motivazione postuma può invero ammettersi se ed in quanto integrativa di quella originaria, ossia se e nei limiti in cui essa adduca elementi conoscitivi specificativi e integrativi dei presupposti di fatto che connotavano la originaria considerazione e rappresentazione della fattispecie esaminata, ma non anche allorquando essa si risolva in un vero e proprio mutamento radicale di fronte, con l’introduzione di profili fattuali e giuridici affatto diversi, che non solo non erano stati presi in considerazione nell’adozione del provvedimento oggetto di impugnazione, ma che si pongono del tutto al di fuori del quadro fattuale e giuridico conosciuto in quella sede e che neanche indirettamente avrebbero potuto evincersi su quelle basi. D’altro canto, eventuali risultanze istruttorie del tutto diverse e nuove rispetto a quelle esaminate potranno se del caso essere impiegate dall’amministrazione nella sede dell’eventuale riesercizio della funzione. Esse, tuttavia, non possono mutare radicalmente l’oggetto stesso della cognizione processuale, che resta doverosamente legata all’episodio provvedimentale e alla vicenda amministrativa dedotti in giudizio mediante impugnazione dell’atto contestato. Diversamente opinando, e ammettendosi senza alcun limite non tanto l’integrazione postuma della motivazione, ma il completo ribaltamento del thema decidendum, con l’introduzione di elementi fattuali e giuridici affatto nuovi e diversi rispetto a quelli evincibili dagli atti, si ammetterebbe in pratica la cognizione in giudizio di un atto nuovo e diverso rispetto a quello impugnato, così incappandosi nel limite oggi esplicitato dall’art. 34, comma 2, del codice del processo amministrativo, in base al quale “2. In nessun caso il giudice può pronunciare con riferimento a poteri amministrativi non ancora esercitati”».

Daniele Majori – Avvocato Amministrativista in Roma

Fonte:www.giustizia-amministrativa.it

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